Gianfranco Miglio visto da Luca Romano

Luca Romano che è stato il curatore di questa opera chiude l’analisi multiforme del personaggio Gianfranco Miglio, della sua scienza, della sua cultura e delle sue idee.

Alla ricerca di una nuova regolarità

Possiamo dire dopo un trentennio di lotta politica italiana che l’espressione “riforma federalista dello stato” si è rivelata insostenibile sia dal punto di vista teorico che concreto? Il pensiero, l’azione politico – culturale e l’invettiva giornalistica di Gianfranco Miglio sono ancora lì a testimoniare, quasi una dimostrazione profetica, l’insufficienza di un approccio riformista al federalismo. Alla fine esso è slittato nel gorgo delle riforme incompiute, processi lasciati a metà, che non solo soffrono lo stigma dell’interruzione, ma, fatto ben più grave, scatenano la reazione di chi – interessi, rendite, passioni – si sente minacciato dalle riforme e pertanto mette in azione un vero e proprio processo contro – riformatore. Proprio questo è successo con il federalismo. Come non vedere quanto siamo andati indietro rispetto ai roboanti annunci della stagione delle presunte riforme istituzionali?


Miglio è il più lucido critico, attraverso un percorso di carattere politologico e istituzionale, non economico né antropologico, dell’assistenzialismo al sud Italia. Individua con nitidezza le caratteristiche inique dello squilibrio immane tra quanta ricchezza si produce e quanta invece viene trasferita attraverso le “politiche” statuali. Ebbene oggi, a trent’anni da quella denuncia, documentata in modo inoppugnabile, in parallelo con i primi vagiti elettorali della Lega/Liga, quel dualismo è aumentato, pertanto è aumentato il flusso di ricchezza assistenziale e, quindi, è aumentata la quota di ricchezza bruciata nel Mezzogiorno. La questione meridionale in buona sostanza si è aggravata.


Un secondo aspetto è legato all’approccio tecnocratico all’ingresso nell’euro. Scelta caratterizzata dalla figura di Carlo Azeglio Ciampi, è stata declinata a una strategia che ha costantemente rafforzato la centralizzazione del sistema di prelievo fiscale. Le regole, le prerogative e la concretezza dei flussi si è concentrata proprio negli anni di grande sbandieramento del federalismo fiscale come condizione ineludibile del federalismo tout court. È stato ridotto in termini caricaturali. Regioni, Province, Comuni ridotti a titolari di finanza derivata e “autonomi” nel gestire le risorse in buona parte a destinazione vincolata. Pertanto il trentennio è stato segnato da una parabola fiscale indiscutibilmente centralizzatrice che ha profondamente deresponsabilizzato migliaia di centri di spesa .


Il terzo gravissimo vulnus controriformista è il sistema elettorale, sperimentato alle elezioni politiche del 2006 e ripetuto in quelle del 2008. Questo sistema non solo ha ulteriormente annientato il vincolo di mandato rendendo strutturale quanto Miglio aborriva, ovvero la trasformazione dei “rappresentanti” del mandato elettivo non più referenti della società organizzata, ma funzioni derivate dello Stato e rappresentative solo di questo ; ma lo ha fatto in una chiave tecnico – elettorale ancora più spoliticizzante disponendo liste bloccate a procedura designativa totalmente avocata dalle segreterie nazionali dei partiti. Una procedura che attua un totale tradimento dello spirito riformatore che dal referendum del 1993 aveva caratterizzato per più di un decennio, ispirandosi al maggioritario, suffragato dal consenso popolare e mirante a rafforzare le istituzioni governanti restituendo “lo scettro al principe” . Al popolo non ai partiti.


Queste tre gravi ferite sono state l’attestazione di un processo riformatore impostato male e condotto peggio, che ha addirittura favorito il mettersi in moto di una possente spinta controriformistica, di cui ci enuncia i protagonisti: il primato dello Stato amministrativo sugli organi più propriamente politici, il controllo diretto e indiretto esercitato dalle clientele meridionali sui flussi di spesa pubblica che si “camuffano” in spesa storica del welfare; il centralismo tecnico – finanziario legittimato dal Patto di Stabilità e dal trattato di Maastricht con tutto il contorno di rigorismo predicato da Ciampi e dai suoi boys; il ceto partitico, che al più ha avallato il federalismo come moltiplicazione e proliferazione di se stesso, alimentando quasi a farlo apposta campagne populistico – perbeniste del tutto autorizzate dagli stessi perpetratori.


Più che di una riforma il tasso di discontinuità probabilmente avrebbe imposto una rivoluzione democratica, per la quale sono mancati, finora, gli obiettivi, gli strumenti e le alleanze. Ebbene di questa rivoluzione democratica per un vero sistema federale Miglio ha avuto una visione di straordinaria lucidità. Come la tradizione dei grandi pensatori nel cui solco si è posto Gianfranco Miglio sa unire insieme un formidabile acume diagnostico, con la lettura dei punti di crisi del blocco nemico e lo slancio immaginativo – utopistico capace di trascinare la passione e l’azione di “moltitudini” per un ideale di cambiamento dello stato di cose presenti.
Il suo asse portante è proprio la “regolarità” del criterio del Politico adottato da Carl Schmitt: la divisione della realtà in amici e nemici intrecciata alla capacità di prendere decisioni in uno stato di eccezione.

Altro che il formalismo giuridico, che ambisce a incorniciare in un vestito di forme astratte il funzionamento dinamico dei corpi sociali e dei loro conflitti! Ma lo studioso/allievo non ha il complesso dell’epigono, non ripete le formule magistrali con un’apparente nuovismo verbale che le fa sembrare adeguate al processo reale; l’allievo sa che deve superare il maestro nel capire dove la realtà sta andando davvero più avanti e la teoria deve precomprendere, anticipare e criticare la tendenza per volgerla a proprio favore.


Solo questa vertiginosa ricchezza del proprio repertorio scientifico consente di non ripetere banalmente la lezione del passato. Federalismo, infatti, consiste per Miglio in una struttura del Politico che smonta l’idea di sovranità e la macchina organizzativa che l’ha incarnata in quattro secoli di storia europea, lo “stato moderno”. In tale macchina l’azione dirigente è immanente a un unico centro di comando che coordina a sé tutto il corpo politico, una totalità tendenzialmente inglobante l’altro da sé, i rapporti sociali, con la forza di saperi disposti, per dirla con Foucault, per disciplinare la società e con i dispositivi di autorità descritti da Hobbes nel Leviatano, promananti dalla paura e dalla disposizione che questa fornisce all’obbedienza, al riconoscimento di un potere assoluto a chi comanda.
Ma l’operazione di smontaggio della sovranità come centro unico di comando si correla a un repertorio ricchissimo di ulteriori passaggi concettuali attraverso i quali Miglio assegna autorevolezza a tradizioni e innovazioni che quella dottrina aveva annientato o ridotto all’oblio e all’impotenza, riportandole all’onore della rappresentazione politica autentica, contro lo snaturamento della rappresentanza democratico – elettiva che dello “stato moderno” e della sua sovranità costituisce l’inevitabile complemento.


Lo studioso avverte come l’epoca stia mutando i capisaldi della lettura schmittiana sullo ius publicum europeum, la seconda guerra mondiale, la peculiarità della guerra fredda, sullo sfondo l’inaudito evento che sarebbe avvenuto nell’Ottantanove, trascinando nella polvere del Muro caduto a Berlino quella sorta di inveramento postumo della sovranità assoluta che era stato il blocco comunista: come non poteva tutto questo non interrogare alla radice un teorico del Politico schmittiano come Miglio?
Di che cosa si avvede? L’epoca ha sistematicamente infirmato quel modello, ne ha minato i presupposti e indebolito le macchine organizzative, le procedure decisionali e rappresentative. In un mondo di pace con il sopravvento dell’economia di mercato e degli interscambi commerciali è ormai ineludibile il compito di immaginare una forma costituzionale adatta a governare l’aumento della varietà e dell’intensità delle pressioni esercitate dalle passioni, gli interessi, i bisogni e le identità di gruppi localizzati, tradizionali e nuovi che non si riconoscono più nel vecchio ordine statuale.


Da un lato, infatti, Miglio si avvede dell’indebolimento epocale a cui contribuisce il crollo del comunismo, della funzione di neutralizzazione teologica del Politico statuale sui grandi aggregati amico/nemico che aveva circoscritto, organizzato e sedato. E dall’altro riscontra che il Politico, nello spostarsi verso la società e il privato del baricentro dei rapporti di forza , fuoriesce dagli ambiti organizzati della statualità e si “sversa” nel mondo della società civile e dei rapporti di mercato. Lo spostamento di peso sulla società civile e sull’economia di mercato comporta una diffusione oltre l’ordine politico garantito dallo ‘stato moderno’ del conflitto amico/nemico, che si diffonde e si fraziona, riconfigurandosi completamente e trasformandosi incessantemente, al di fuori di una struttura compiuta di neutralizzazione: “anche le intuizioni di Schmitt dovevano essere ‘sviluppate’…in questa prospettiva…accennavo alla ‘dicotomia forte’ fra ‘obbligazione politica’ e ‘obbligazione – contratto’…”


L’appannamento della legittimazione teologica dello Stato, la cosiddetta secolarizzazione, è fenomeno talmente auto – evidente, da non trovare che continue, ulteriori conferme nel processo storico. L’aspetto che più colpisce nell’innovazione teorica dello studioso lombardo è che collocandosi nel solco di giganti di un percorso ideale che da Tucidide porta a Max Weber e Carl Schmitt, intercetta e attualizza con straordinario acume trans – disciplinare tutto il disordinato insieme di fenomeni che investe in forme inedite il mondo delle regolarità politiche date.


Rispetto ai maestri a lui più prossimi temporalmente ciò che viene meno è il binomio, apparentemente indistruttibile nel determinare il destino del Novecento, tra il dislocarsi del Politico integralmente nella macchina statuale da un lato e l’affermarsi della grande impresa fordista nell’ambito dell’economia privata. Weber aveva individuato questa simmetria di principi e forme istituzionali e organizzative, capace di strutturare le gerarchie della razionalizzazione in base ad un unico centro di comando, con legittimazione fondata sulla legalità e procedure decisionali che scorrono dall’alto verso il basso .


A questo radicale cambiamento di quadro contribuiscono in primo luogo le nuove condizioni internazionali. La pacificazione seguita alla seconda guerra mondiale, la formazione di due blocchi sistemici distinti e formalmente nemici, ma in un equilibrio volto a garantire una coesistenza senza guerre e l’espansione del mercato in una buona metà del globo concorrono nel conferire una grande centralità agli scambi commerciali e consentono l’affermazione, in tutto l’Occidente, della democrazia rappresentativa come profilo del sistema politico statale.


Questa duplice prospettiva fornisce elementi in grado di modificare il rapporto di forze tra il “pubblico” e il “privato”, centrale fin dall’opera giovanile , a favore del secondo in modo che l’allargamento della sfera del mercato, degli scambi commerciali e degli interessi economici produca delle discontinuità strutturali sul Politico dello “stato moderno”. Questo nuovo equilibrio del pendolo a favore del “privato” e della “Società” contro il pubblico e lo Stato rimanda a una considerazione. Fino alla fine degli anni Settanta Miglio non ritiene che questo spostamento del pendolo abbia assunto ancora tutta l’intensità che dovrebbe raggiungere per consentire una radicale ristrutturazione dello Stato: “L’esperienza storica insegna in modo inequivocabile che non esistono sistemi economici ‘puri’: cioè, o soltanto ‘di mercato’ o soltanto ‘politici’ (collettivi); tutti i sistemi economico – sociali sono ‘misti’: varia soltanto la proporzione tra le due aree” .
In questa fase pesa ancora molto la minaccia del sistema comunista, la corsa al riarmo nucleare con il ritorno della guerra fredda tra i due blocchi e, nel caso italiano, la persistenza di un forte intervento dello Stato nell’economia con un sistema politico strutturato per rendite clientelari diffuse e avide.

Patologie dell’endiadi “stato nazionale – mito costituzionale”

L’anomalia italiana rende più urgente il discorso riformatore proposto da Miglio, ma gli impone una traiettoria insolita, ibridando la sua collocazione a fianco della tendenza decisionista che nel “Gruppo di Milano” raccoglie e ispira motivi che di lì a poco il leader del PSI, Bettino Craxi, premier dal 1983, farà irrompere nella scena politica italiana.


Il decisionismo di Miglio certamente non è riconducibile a quello di Craxi, di cui coglie l’urgenza di modernizzare l’apparato istituzionale per riuscire a dare maggiore competitività al sistema economico, in quanto mirante a ridurre drasticamente il potere dei partiti sul sistema politico – parlamentare puro e quello delle Partecipazioni Statali nella sfera economica. È cruciale distinguere bene l’impianto del decisionismo migliano perché alla fine la sua ricerca di una dialettica amico – nemico è proprio rivolta contro lo ‘stato assistenziale dei partiti’, e la DC in specie che ne è stata la grande levatrice nel ciclo postbellico.


Il primo motivo di scontro riguarda la media durata storica e ha come obiettivo polemico la costruzione stessa dello “Stato italiano”: “L’equivoco è nato un secolo e mezzo fa, quando una sparuta ma attiva classe dirigente, educatasi oltr’alpe, impose, alle popolazioni della penisola, ideologie e modelli istituzionali che, essendo il prodotto di condizioni climatiche, etniche e storiche ben diverse, non furono mai intimamente accettati. Soltanto il letargo in cui vivevano quelle popolazioni – e vegetavano le loro culture autoctone (specie quelle dell’Italia peninsulare e insulare) – permise di credere che, a meridione delle Alpi, si fosse formato un nuovo “Stato nazionale” di tipo europeo”10.


Il secondo motivo di scontro riguarda l’impianto che ha generato da un lato la preminenza della forma statuale come condensazione del Politico, dall’altro un sistema parlamentare puro, responsabile della soggezione del governo alle corporazioni, alle clientele e alle rendite partitiche che ne sono derivate: stiamo parlando naturalmente della Costituzione nata nel 1948. Miglio si dedica con sistematico impegno a decostruire non solo la seconda parte, quella ordinamentale dei poteri, principale imputato della costruzione di un sistema “senza Sovrano”, ma anche la prima, ritenuta inestricabilmente connessa, dei “valori”. Questo approccio unitario è tipico di Miglio e lo contraddistingue dalle iniziative meramente funzionaliste che si intraprenderanno, per via parlamentare, che non hanno finora raggiunto l’obiettivo di rendere almeno più flessibile l’articolazione dei poteri pubblici.


Il rigore di una metodologia avalutativa consente allo studioso di riconoscere, dietro alle retoriche dell’autorappresentazione encomiastica che ha da sempre circondato la Carta Costituzionale, la reale struttura del potere che essa ha istituito e legittimato: l’ Amministrazione “non era affatto la parte subordinata, secondaria e servente, rispetto ai ‘rami alti’, dell’ordinamento: era, al contrario, il campo dove si giocava l’effettuale partita del potere, e dove miti come quelli delle ‘libertà locali’ e dei cittadini che si ‘autogovernavano’ erano destinati a rimanere stritolati”.


Il filo conduttore è evidente: intende spezzare quel nodo in cui la Carta conferisce una legittimazione superiore alla cornice positiva e pubblica del potere onde limitare fortemente il concetto di libertà individuale, l’impresa e il mercato e statuisce il primato dei partiti sul governo attraverso l’eliminazione del vincolo di mandato e la primazia del Parlamento sull’esecutivo. Questa impostazione fondamentale genera per stratificazione l’immane anomalia del sistema politico connotandolo per la patologica instabilità dei governi, il deficit della finanza pubblica ostaggio delle clientele, l’assistenzialismo al Mezzogiorno e, in ultima istanza, la crescita elefantiaca dello Stato amministrativo con la sua logica uniformante.


Nulla ha chiarito come la imperiosa lucidità teologico – politica di Baget Bozzo l’impianto valoriale di questo nodo. L’intero sistema politico italiano si regge sul mito della Costituzione il cui principio ispiratore in relazione alla figura di Giuseppe Dossetti, è così descritto: “Non valeva per lui la tradizionale dottrina cattolica del diritto naturale, secondo cui i vincoli della legge naturale sono antecedenti lo Stato. Per lui il diritto naturale non limitava lo Stato e la persona umana non era il nucleo da cui nasceva il diritto. Non a caso il contributo del gruppo dossettiano alla Costituzione aveva posto la Repubblica, cioè lo Stato, come il soggetto che conferiva e determinava i diritti. Il diritto positivo dello Stato era, per Dossetti, l’unico diritto vigente. In questo l’antifascismo della Costituzione rovesciava semplicemente la concezione fascista dello Stato”.

Questa gerarchia di principi fondata sulla statualità e il diritto positivo genera una precisa conseguenza dal punto di vista del modello di società e di economia disegnati dalla Carta: “Al centro del pensiero di Dossetti sta il concetto che lo Stato è il garante dell’ordine morale, economico e sociale. Il fascismo non era stato soltanto una dittatura totalitaria, ma anche l’idea di una ‘terza via’ tra capitalismo e comunismo, in grado di garantire il rapporto tra la libertà economica e la giustizia sociale, ponendo lo Stato come regolatore del capitalismo”. La scomposizione del mito come cornice unitaria allenta le maglie di quella che Baget arriva a definire come “dittatura costituzionale”, invocando la ricerca di una nuova fase costituente che ecceda esplicitamente la perimetrazione del patto antifascista della Prima Repubblica, la declinazione della “terza via” come legittimazione dell’assistenzialismo e, soprattutto, il primato dei partiti nel parlamentarismo puro.


Pertanto unificando queste due componenti di critica, quella della crisi dello “stato moderno” attuato in ritardo sulla penisola italiana e la desacralizzazione del mito costituzionale Miglio attrezza un repertorio impressionante di armi contro la costituzione materiale che si è realizzata nella Prima Repubblica. Vanno messi in sequenza perché vi è una simmetria tra l’idea di una rifondazione costituzionale di sistema, ben più intensa delle riforme federaliste dello Stato di cui si parlerà di lì a poco, e la critica sistemica che viene rivolta ai principi costituzionali e alle strutture politiche che caratterizzano la situazione italiana.


La maggiore rilevanza va attribuita al tema della questione meridionale. Vi è un passaggio di particolare complessità che esplicita la strategia smascherante dell’intellettuale lombardo a questo riguardo. Lo scandalo del Sud viene compreso a partire da presupposti istituzionali e politologici, prima ancora di entrare nell’agenda di economisti, sociologi e tecnocrati. Ciò che lo rende complesso è che il problema del Mezzogiorno è figlio sia di uno “stato moderno” costruito con la piena configurazione giacobina dell’accentramento, dell’ugualitarismo uniformante e dell’ interventismo dall’alto; sia della sua (apparente) contraddizione, ossia un sistema partitico declinato alle ragioni delle satrapie clientelari, dell’assistenzialismo e della “democrazia” dal basso.

Il risultato è il dissolvimento di qualunque prospettiva di sviluppo endogeno o eterodiretto, e naturalmente, del presupposto di quello sviluppo, ovvero classi dirigenti con responsabilità di governo. È strabiliante constatare che le prime denunce sulla distorsione politico – economica a favore del Sud assistito, documentate, scientificamente inoppugnabili, culturalmente inattaccabili sono accolte con un quasi isterico rifiuto anche da parte delle grandi testate giornalistiche del Nord.

In realtà viene colta con anni, se non decenni di anticipo una dinamica che ancora oggi non è stata interamente focalizzata: essa rimanda alla miscela micidiale tra la deresponsabilizzazione programmatica delle classi dirigenti – politiche, imprenditoriali, sindacali ma anche intellettuali – del Mezzogiorno e la rovinosa “bruciatura” di immani trasferimenti di ricchezza incapaci di generare sviluppo e, quindi, destinati inevitabilmente a rafforzare la criminalità organizzata di quel territorio. Una dinamica suicida, oltre tutto, per l’erosione di competitività che una simile “perequazione” avrebbe comportato per lo stesso Nord che generosamente la sostiene.


Il Sud rappresenta la più dirompente punta di un iceberg costituito dal fallimento del progetto centralistico di “stato moderno” affermatosi nel 1861 – 66. L’aspetto moderno del problema meridionale è la forma di ‘stato sociale’ che si afferma non tanto come risposta ai bisogni della società quanto modellando la sua offerta sulla struttura dei poteri consolidatisi nella Prima Repubblica. Una prima caratteristica fondamentale è la centralizzazione della sua costruzione. Mancano tre condizioni fondamentali per legittimare il centralismo: l’omogeneità socio – culturale della popolazione, una vocazione – anche tramandata – di carattere unitario con obiettivi condivisi; l’assistenza di una buona burocrazia, capace di gestire un programma di modernizzazione, un disegno di ambizione ragguardevole.


Lo ‘Stato sociale’ ha un’origine nobile, nel pieno della Rivoluzione industriale, come integratore dei redditi delle forze sociali pienamente inserite nel ciclo del lavoro produttivo. È successivamente che questa origine si snatura, la produzione di ricchezza derivante dall’industria viene ambita anche dai settori sociali esterni ed estranei a quel ciclo e pertanto l’attributo sociale dello Stato va a legittimare forme più o meno estese di parassitismo.


La critica all’assistenzialismo del Mezzogiorno, trasposta dalle sue coordinate territoriali a quelle della composizione sociale viene interpretata come critica al welfare e alla sua vocazione ugualitaria: “È questo l’arcano dello ‘Stato sociale’ e di tutte le sue forme degenerative: una parte dell’umanità preferisce organizzarsi (o utilizzare le strutture statali esistenti) per vivere alle spalle degli altri”.

La durezza di questa impostazione rimanda a un esplicito elemento sovversivo della critica migliana, ovvero il ritorno del diritto naturale nella sfera dello ius pubblicum europaeum che lo aveva incorporato nel suo processo fondamentale.


Nel confronto con Augusto Barbera ascolta l’efficace diagnosi che questi gli propone sulle cause della crisi dello Stato sociale, un fenomeno internazionale, e che per il costituzionalista di sinistra sfocia in questa convinzione: “Io credo che lo Stato federale, nella forma più ‘dura’ (da te auspicata), sia incompatibile con lo Stato sociale”.


Lo studioso federalista ha chiarissimo davanti il nesso tra il nuovo modo di produrre, la crescita della ricchezza che esso genera e, contestualmente, il fatto che riducendosi molti redditi da mercato a causa del macchinismo con la correlata crescita dei bisogni della sottoclasse emarginata dal processo produttivo, aumenta la domanda di Stato sociale.


La diagnosi radicalmente critica della costituzione materiale dello Stato sociale rivela un problema che si è drammaticamente aggravato con l’inasprirsi della crisi economica esplosa nel 2008: la mancanza di un regime di tutela delle componenti sociali strategiche per la produzione di ricchezza, ovvero il capitalismo territoriale delle reti di piccole e medie imprese. La terza Italia di Fuà e Bagnasco, che rappresenta sul piano socio – economico proprio quelle formazioni viene tacitamente accettata dal rapporto tra Stato e grandi imprese e sottosviluppo del Mezzogiorno fino al 1992, l’ultimo anno della cosiddetta svalutazione competitiva che permette al Made in Italy di esportare in tutto il mondo. Dopo quella data, invece, nasce il nodo politico della piccola impresa perché l’asse tra lo Stato e i grandi gruppi si allea con lo Stato sociale assistenziale contro la terza Italia.

Il cambiamento economico: la rivincita dell’individuo ‘privato’

Lo scienziato della politica dispone di strumenti interpretativi che non isolano l’unità del suo oggetto facendone un’area disciplinare tanto più compatta concettualmente – un sistema, le cui parti sono meno della somma nel tutto – quanto più separata dalle altre dimensioni della realtà, illudendosi che questa struttura possa conferire un “ordine”, una stabilità al controllo della vita associata, in una continuità che rimane inalterata rispetto ai sommovimenti della società e dell’economia.


Un grandissimo pregio di Miglio è quello di avere esercitato la sua azione scientifica operando sul campo con una apertura dell’analisi che poi è stata abbandonata nella sbornia di partiti accademici impegnati sulle riforme istituzionali, dalla Commissione Bozzi in poi, impoverendo via via la capacità conoscitiva. La deriva che ne risulta, sempre più senza spessore, si è andata consumando nella riduzione della scienza politica prima a ingegneria istituzionale autoreferenziale e poi ad analisi delle tecniche e dei flussi elettorali.


È questa apertura all’interdipendenza dei fenomeni politici con quelli economici e sociali che permette a Miglio di precorrere la comprensione di un processo epocale che denomina “nuovo industrialismo” o, in altre occasioni “quinta rivoluzione produttiva”. Si tratta di una vera e propria rivoluzione: con l’affermazione definitiva, nella seconda metà degli anni Ottanta, del “privato” e del “mercato” lo spostamento del pendolo, a questo punto, è completo e il progetto federalista decolla con una radicalizzazione che non riguarda più solo la terapia al caso italiano, ma si situa in una corrente internazionale.


Nella parte più sviluppata del mondo, si afferma un nuovo modello economico – produttivo, un nuovo industrialismo basato sugli aumenti vertiginosi di produttività generati dall’innovazione. L’ essenza dell’innovazione che caratterizza per Miglio “il quinto modo di produzione” consiste in un macchinismo in grado di sostituire sempre più estesamente il lavoro umano: “nell’industria sempre più numerose sono le aziende che riescono ad accrescere quantità e qualità dei prodotti, riducendo il personale impiegato. Questa non è un ‘esperienza transitoria, ma il primo delinearsi di una tendenza ineluttabile e capace di cambiare il mondo”17. In sostanza le macchine che vengono oggi prodotte sono versatili ed è in corso un processo inarrestabile di “produzione di macchine a mezzo di macchine”.

Mutuando le elaborazioni più innovative del sapere economico intuisce diverse componenti del modo di produzione: la varietà delle imprese diventa possibile con prestazioni che non hanno una correlazione diretta con la dimensione. L’intensità di innovazione è accessibile anche alle piccole imprese, l’organizzazione più efficiente e flessibile consiste nella rete che sostituisce la gerarchia verticalizzata e il mezzo attraverso cui attrezzare i processi organizzativi orizzontali sono le nuove tecnologie della comunicazione: “La ‘quinta rivoluzione produttiva’ consiste in una poderosa accelerazione dei processi con i quali si fanno i calcoli, si gestiscono e trasmettono le informazioni e, in generale, si sostituiscono automatismi all’azione umana”.


Pur non utilizzando mai esplicitamente il termine già a metà degli anni Ottanta Miglio ha chiaro il profilo di un paradigma economico – produttivo che a buon diritto si può definire post – fordista.
L’individuazione dei contorni del modo di produzione ha delle conseguenze molto determinate sull’assetto sociale. Il nuovo industrialismo fondato sulle macchine che sostituiscono lavoro umano comporta inevitabilmente una restrizione della base produttiva e una sua tendenziale

intellettualizzazione, da cui deriverà una “classe sotto occupata”, prevista anche da Dahrendorf, che premerà per l’allargamento degli interventi dello Stato sociale. Il problema più serio “sarà la presenza di un largo strato di popolazione esclusa stabilmente dal processo produttivo e quindi privata di un vero e proprio reddito da mercato”20. Nel caso italiano, già afflitto da un ritardo di modernizzazione produttiva di un’area consistente del Paese questa rendita sociale assume le forme, controverse, della rendita politica, ovvero assunzioni clientelari, allargamento smisurato del sottogoverno, creazione di enti inutili.


La diagnosi è stringente e coinvolge anche una previsione demografica perfettamente aderente a quanto poi è accaduto. La classe di sottoccupati sarà poi riassorbita dal calo demografico che necessariamente sarà la risposta dei comportamenti sociali alla scarsità di lavoro che caratterizza le società più evolute. La trasformazione che, innescata dal progresso scientifico applicato alla tecnologia di produzione investe il lavoro e la società, non lascia indenni i grandi “valori” che avevano caratterizzato la scena dei movimenti politici in tutto l’Ottocento e in buona parte del Novecento.


La trasformazione economica, infatti, “investe, quindi, direttamente, il modo di produrre, e cambia radicalmente la posizione e il ruolo del fattore individuale nei rapporti economici. Dal punto di vista delle strutture, la rivoluzione della ‘microelettronica’…tende a liberare l’individuo dalla collaborazione personalizzata con i suoi simili, ne accresce la capacità di azione solitaria, lo stimola a sperimentare e innovare”21. Dopo l’economia e il lavoro, dunque, la società diventa oggetto di ricognizione con intuizioni sull’individualismo emergente che sono proposte in una chiave culturale proattiva, imprenditoriale e innovativa a differenza della deriva pessimistica che successivamente caratterizzerà l’approccio di Zygmunt Bauman sulla società liquida.


L’affermazione dell’individualismo come cultura operativa soppianta in modo radicale il vecchio modo di produzione, quello che “richiese la mobilitazione e la organizzazione di moltitudini di ‘prestatori d’opera’ contrapposti ai dirigenti e agli imprenditori, e concentrati in spazi determinati (grandi fabbriche, vasti centri industriali)…Non per caso Lenin sosteneva che senza ‘grandi imprese’ non c’è socialismo. Quegli ideali sono destinati a uscire gradualmente dalla storia (e dalle tavole dei valori dei nostri figli e nipoti) man mano che il ‘nuovo modo di produrre’ andrà rimuovendo il presupposto ‘materiale’ su cui si erano formati”22.
In questa sequenza di quadri cognitivi rivolti a determinare meglio la polivalenza degli aspetti propri della grande trasformazione il completamento è rappresentato dalla lettura delle conseguenze di tutto ciò sulla sfera politica e del funzionamento istituzionale. Tre sono quelle più rilevanti.


Certamente la prima, come già richiamato, è la sottoclasse di transizione espulsa dal ciclo produttivo del nuovo modo di produzione. Miglio considera senz’altro indispensabile un quadro di ammortizzatori sociali, ma ne delimita espressamente le condizioni: “a) la garanzia che i soggetti operanti nell’area del ‘mercato’ (vulgo: la economia privata) possano liberamente produrre ricchezza sufficiente a remunerare se stessi e mantenere (attraverso la imposizione fiscale) i soggetti improduttivi; b) la certezza che i ‘trasferimenti’ a vantaggio di questi ultimi (e di tutti gli altri titolari di rendite politiche non-guadagnate) non raggiungano una misura tale da strozzare la popolazione produttiva”.


Nel libero gioco democratico, naturalmente, chi punta a rappresentare la classe che rimane più indietro può esercitare una sua forte influenza di indirizzo politico, ma le nuove condizioni sono tali da obbligare i sistemi politici a diminuire le proprie prerogative: “L’espansione del ‘privato’…non implica tanto un diverso modo di ‘fare politica’, quanto una progressiva riduzione del ruolo e dell’importanza della ‘politica’ stessa. Perché la logica del potere implica la stabilità, mentre l’individualismo competitivo produce innovazione e destabilizza continuamente il potere”.


Quest’ultima considerazione si collega alla scala internazionale, dalla quale in realtà derivano i sommovimenti profondi di quella svolta neoliberista, che non poteva lasciare estranea la situazione italiana. I Paesi evoluti tecnologicamente, ma demograficamente declinanti, argomenta lo studioso lombardo, sapranno costruire un ordine gerarchico che imporrà il primato neoliberista della riduzione della sfera politica, sostituendo questa con le leve della finanza, dell’elite scientifico – tecnologica e della forza militare, a danno dei Paesi prolifici, ma arretrati: “sono sempre le minoranze che controllano le maggioranze, poiché la forza non sta nel numero, ma nella coerenza ideologica e nella solidarietà organizzata”.


La centralità del territorio che si afferma in questa cornice di cambiamenti deriva dalla consistenza storico – culturale della struttura demografica, socio – economica e delle identità del policentrismo italiano. Il fallimento del progetto statale si aggrava alla luce di un repertorio di differenze sociali esplose proprio nella temperie del “ritiro” della politica, dell’affermazione dell’individualismo competitivo e della costruzione sociale del mercato su scala locale. La pressione esercitata da questi fenomeni non può lasciare inalterato il modello dualistico della coesistenza “pendolare” di ‘pubblico’ e ‘mercato’. Miglio si interroga sulle conseguenze che la trasformazione neoliberista e la centralità del territorio hanno sulla gerarchia classica tra obbligazione politica e obbligazione contrattuale.

L’affermazione del Foedus

La forma privata, giuridica, del contratto – il Foedus in latino – irrompe sulla scena dell’obbligazione politica. Essa risulta protagonista sia per la crisi dello Stato, accelerata nel contesto italiano per la peculiare artificiosità con cui esso era stato costruito, primato dell’amministrazione sulla rappresentanza politica e espansione patologica dello stato sociale in assistenziale sia per l’affermazione dell’individualismo competitivo e del quinto modo di produzione. È la varietà di piani e l’integrazione completa che ne effettua lo studioso lombardo che rende la sua diagnosi più efficace e la sua visione più articolata della congerie di elaborazioni, politiche e accademiche.


Miglio aveva impostato i nuovi problemi della scienza politica, con prodigioso precorrimento, fin dalla Premessa del 1972 agli scritti di Carl Schmitt al pubblico italiano: “oggi si vede chiaramente che la tesi delle ‘categorie’ deve essere sviluppata e completata con almeno due analisi: l’una delle strutture dell’obbligazione politica e della ‘sintesi’ che pone in essere; l’altra dei rapporti dinamici fra l’obbligazione politica stessa e l’obbligazione – contratto (giuridica) definitivamente separate”.


La straordinaria innovazione di Miglio consiste nell’individuare oltre lo Stato i nuovi soggetti della politica, gruppi, associazioni e interessi che connotano nuove identità territoriali e che nel loro agire concretizzano una separazione di fatto tra la società e le forme meramente giuridiche come legittimazione di un “ordine”. Ne consegue un impressionante scambio di posizioni, che quasi con un’ involontaria emblematicità avviene nel corso di un evento, che lo studioso non mancherà di rimarcare nelle sue “Considerazioni retrospettive”. Sul lato della conservazione si pone un intellettuale come Mario Tronti, che adotta le categorie di Schmitt per aggiornare la critica marxiana alla filosofia hegeliana del diritto,

smascherandone il vuoto formalismo, così come lo scienziato tedesco aveva fatto con la scuola di Kelsen. Per Tronti l’autore della ‘sintesi politica’ è lo Stato: “…con questo crolla la costruzione dualistica esterna di Stato e società come quella interna di governo e popolo. Tutti i concetti e le istituzioni, legge, bilancio, amministrazione autonoma, costruiti su questo presupposto diventano problemi nuovi. Ma subentra anche un processo più ampio e più profondo. Stato e società tendono ad essere fondamentalmente identici”. Come dire più chiaramente che la dotazione della volontà politica dello Stato quanto più si libera dalle forme del diritto, tanto più si emancipa dallo status di braccio strumentale del sistema capitalistico e incorpora al suo interno tutta la dimensione sociale?

La continuità tra Schmitt e Marx, maturata nel confronto con Hegel, comporta la legittimazione di uno sviluppo dello Stato e della sintesi politica che comprime completamente l’autonomia del sociale e dell’economico. Per di più ragiona sul modo di produzione come se fosse ancora egemonizzato dalla fabbrica fordista e dal primato della pianificazione sul mercato.


Lo scambio di posizioni è pertanto clamoroso in quanto è Miglio, proprio in quel convegno, che individua i nuovi soggetti della politica generati autonomamente dalle dinamiche economico – sociali, la crisi del fordismo, e appresta un formidabile laboratorio intellettuale per pensare come istituzioni non – sovrane derivanti da quelle dinamiche e dalla incapacità di rappresentanza dello Stato, possano costruire un nuovo ordine politico.

La consapevolezza di un cambiamento epocale è talmente forte che guarda ai suoi maestri con il distacco “parricida” tipico solo dei grandi pensatori; le analisi di Weber e Schmitt presentano due difetti: “In primo luogo tendono a dare un’interpretazione statica delle istituzioni, mentre io confesso di sognare sempre un manuale di diritto costituzionale il quale descriva le istituzioni nel loro divenire, in modo dinamico (…). Il secondo difetto è che non teniamo conto dei rapporti interpersonali, i quali, rispetto al sistema delle norme oggettive, costituiscono in un certo senso l’ ‘altra faccia della luna’”.


In questo laboratorio assume una centralità strategica il territorio, non inteso come spazio geografico, naturalmente, ma come luogo di costituzione delle istituzioni non sovrane che trasmettono la volontà politica di gruppi, interessi e associazioni: “Nella Politica…la rappresentazione ha alla sua base una trasmissione di volontà politica, e ciò è pensabile in quanto i membri della comunità non sono gli individui, ma gruppi e associazioni”.
Le assonanze più profonde di questo cambiamento di prospettiva sono con Althusius. La sua concezione del contratto è alternativa e incompatibile rispetto a quella giusnaturalista di Hobbes che, invece, si è storicamente affermata. Le dottrine di quest’ultimo, infatti, “tendono a negare proprio una società che si regola sulla contrattazione reciproca degli uomini…Una tale società è infatti agli occhi della scienza del diritto naturale continuamente esposta al conflitto e al disordine: è strutturalmente disordinata”.


All’opposto proprio nel calvinista Althusius Miglio riscopre le virtù ordinatorie del contratto in un mondo che non ha ancora imboccato la strada dello Stato come soggetto sovraordinato, “sull’esperienza delle città e degli Stati mercantili nord-germanici fra Cinque cento e Seicento: in un’età e in una civiltà squisitamente ‘europee’, che (non solo nell’Hansa) sperimentarono il massimo di espansione possibile del ‘contratto’ e del privato sul politico, alla vigilia dell’opposto trionfo ‘statalista’ delle monarchie assolute”.


Mentre il contratto hobbesiano ha natura espropriante della volontà particolare e la costringe ad essere in quanto esprime un’autorizzazione alla legittimità dello Stato, fondando il ‘corpo comune’ del potere politico proprio attraverso la riduzione all’obbedienza del singolo in quanto ‘privato’ le cui azioni non possono avere rilevanza politica, “al contrario, nella concezione althusiana il patto comporta il carattere politico dei soggetti che concludono il patto”. Conclusivamente “il contratto in Althusius è necessariamente collegato al riconoscimento di una molteplicità di soggetti politici che la sovranità e la costituzione moderne non può rendere concepibili”.


Lo studioso lombardo ha così congegnato un’operazione di straordinaria fecondità dissociando lo Stato dalla società e osservando le regolarità che presenta la politicizzazione dei corpi sociali concresciuti con il nuovo modo di produzione; il contratto althusiano si configura come lo strumento più adeguato nell’intervenire operativamente su un corpo sociale attraversato da consistenti differenze per sprigionare una nuova energia costituente di istituzioni non sovrane sostitutive il potere coercitivo e uniformante dello Stato centralizzato con un sistema aperto, policentrico e senza centro come il federalismo.


Questa prospettiva rende superata la dicotomia tra ‘decisione’ e ‘partecipazione’ politica, in quanto la prima non è più organizzata nel monopolio dello Stato e la politicizzazione delle differenze sociali consiste proprio in una partecipazione contrattuale permanente al formarsi dell’ordine politico. Per questo Miglio afferma di non comprendere il termine ‘partecipazione’ in quanto risulta del tutto immanente alla nuova configurazione del contratto, non è più esterna alla sfera della politica.

L’evoluzione della sua concezione, inevitabilmente e specularmente, implica una revisione piuttosto rilevante anche del suo presunto ‘decisionismo’: “Per me quello decisionale è soltanto un momento del processo politico; necessario, indispensabile, e conclusivo, però inserito nel complesso tessuto di relazioni e di esperienze a cui serve con la sua portata meramente funzionale”.

Il federalismo oltre lo “stato moderno” come terapia per l’Italia. Attualità della lezione e nuovi problemi

Ciò che contraddistingue questo passaggio di fase è l’immaginazione di un modello di organizzazione dei poteri a forte impronta poliarchica e alla valorizzazione della natura politica delle libere associazioni sociali sia come generatrici di istituzioni non sovrane sia come stipulatici di accordi pattizi per la produzione di beni pubblici o per la regolazione dell’economia di mercato.


La poliarchia certamente implica la costituzionalizzazione entro limiti rigorosamente determinati delle prerogative del Parlamento, che nella Carta del 1948 risulta alla fine vero organo monocratico di gestione del potere politico: “Il problema centrale della tecnica costituzionale, a mio parere, è oggi quello di ripristinare un equilibrio di organi non reciprocamente sostitutivi, una poliarchia nella quale ci sia una pluralità di corpi rappresentativi, e non più un Parlamento unitario e sovrano, se non in casi eccezionali”.


Forse si potrebbe essere indotti a pensare che Miglio invochi delle strategie volte all’indebolimento dello Stato, che pensi a un ritiro della politica e a una soppressione di fatto dei partiti che sono gli attori fondamentali della democrazia parlamentare. In realtà il suo sforzo è quello di ripristinare un efficace circuito della legittimazione per le nuove istituzioni, una scomposizione del vecchio assetto centralistico, per conferire la linfa delle dinamiche economiche e sociali più avanzate al cambiamento delle istituzioni.


Tutta la sua opera riformatrice, infatti, si impegna indefessamente nel disegno di rimuovere, come farà la proposta del Gruppo di Milano, una “costituzione senza sovrano” al fine di conferire autorevolezza, legittimazione ed efficacia alle funzioni di democrazia governante associandolo alla riorganizzazione del tessuto istituzionale in senso federalista per intercettare la nuova domanda differenziata che sale dal basso, dai territori e dalle loro organizzazioni locali: “All’inizio dei lavori del Gruppo, io posi la questione pregiudiziale di un’alternativa tra i due modelli, cioè tra uno Stato federale e uno Stato unitario. Rimasi però subito in minoranza. Anzi rimasi isolato anche nel porre soltanto la questione: tutti i miei colleghi si dichiararono convinti di non dover mettere in causa l’attuale struttura unitaria dello Stato italiano”.


Pertanto democrazia più forte sul lato degli istituti governanti e rappresentanza adeguata della politicizzazione dei corpi intermedi, delle libertà locali e delle identità dei territori. La sua formidabile istanza di cambiamento istituzionale sceglie con radicalità il territorio come elemento strategico per ricostruire le istituzioni dal basso.


Il valore della proposta di Miglio è tanto più rilevante quanto più si considera che anticipa di fatto l’affermazione della Lega Nord dal punto di vista del consolidamento elettorale. Mentre questo avverrà con le elezioni di svolta del 1992 che, associate a Tangentopoli, possono essere assunte come termine a quo della Prima Repubblica, Miglio assume il programma federalista come una vera e propria interpretazione dello spirito del tempo: “In un tale contesto, la vocazione del nostro tempo per il federalismo – nelle sue varie accezioni: ‘internazionale’, interna e persino interassociativa – si rivela come tendenza verso un modello di gran lunga più generale, contraddistinto dalla relatività dei vincoli politici (e quindi delle unità amministrative) sia per la quantità delle competenze, sia per la durata nel tempo. ‘Contratti’ a termine regolano (e variano) la dimensione delle convivenze istituzionali – non solo territoriali ma anche categoriali – e il loro inserimento nelle strutture più ampie, egualmente volontarie, pattizie e temporanee: dalla micro-comunità e dal piccolo sindacato, alla multinazionale”.


La radicalità di questa visione per la quale l’apparato federale deve essere coincidente con l’asse principale del potere rifuggendo ogni concessione ancillare o accessoria rispetto all’organo nazionale, lo oppone ad Augusto Barbera accentuando fino all’estremo l’attenzione per le unità territoriali e il potere della loro rappresentanza all’interno di cornici pur tuttavia unitarie. Il potere reale non deve poggiare sui partiti in Parlamento, ma sulle unità territoriali presenti in Parlamento.


Si badi: la trasformazione delle localizzazioni del potere e delle relazioni tra organi nella modalità di costruzione della rappresentanza non implica semplicemente lo spostamento della sovranità da un soggetto a un altro, ma l’abbandono stesso del principio di sovranità: “Non ci sono atti d’imperio, di sovranità, perché non esiste il luogo delle decisioni ultime valide per tutti”45. Il primus nel governo, che a questo livello assume inevitabilmente forma direttoriale, è al più un coordinatore.
Lo svolgimento delle tesi politico – costituzionali di Miglio prosegue infaticabilmente anche sui corpi funzionali e sui poteri dello Stato, dall’Università alla Magistratura, con propositi riformatori di impareggiabile vigore che se adottati al tempo non avrebbero certamente permesso l’involuzione regressiva cui stiamo assistendo. Ma lo sguardo va allargato anche al riferimento politico che in forma sempre più ravvicinata converge rispetto alle indicazioni dello studioso. L’arcano della Lega, infatti, si comprende proprio attraverso il filtro della visione federalista di Miglio con una nitidezza che permette di sconfessare una pubblicistica di matrice “azionista” che ha finora egemonizzato il discorso sul movimento guidato da Umberto Bossi.


Qual è, infatti, la tesi di fondo di questo approccio? Che la Lega Nord sia un soggetto integralmente re-azionario, sia nell’ispirazione di fondo che nell’azione politica. Letteralmente reagisce contro l’altro, il diverso, il cambiamento e rappresenta nell’immaginario collettivo l’imprenditore delle paure; è la febbre di uno sconvolgimento sociale non governato, di un male del Nord che preesiste ed è destinato a sopravvivere anche dopo la Lega. Un corollario di questa posizione è che bisogna occuparsi di federalismo non perché è una proposta politico – istituzionale all’altezza della risposta ai problemi, ma perché lo agita la Lega e, quindi, per farla sfebbrare prima va subito, appunto in modo reazionario.


La più recente elaborazione di questo modo di approcciare il federalismo, infatti, ripropone la confusione di apporre il modello decentrato senza toccare l’asse centrale del potere statuale, poiché “si torna a considerare lo Stato nazionale come un nodo non superabile della rete di poteri che cercano di governare la globalizzazione. Quella attuale, del resto, è una fase economica e finanziaria caratterizzata da un bisogno di statualità”46. Ne viene che da questa premessa discenda un federalismo cooperativo e ancillare rispetto allo Stato centrale, che “nasce nel corso del XX secolo in stretta correlazione con l’avvento dello Stato sociale e con l’ espansione dei compiti dei poteri pubblici”47 e che “quello che invece bisogna a tutti i costi evitare è un federalismo teso a indebolire lo Stato”.


Il fraintendimento, a questo punto, è completo. L’idea di Miglio di non giustapporre e far coesistere i due modelli, stato centrale e poliarchia federale, ma di scegliere la seconda in un quadro coerente di istituzioni governanti unificate da pratiche direttoriali, legittimate dalla rappresentanza territoriale e alimentate dalla differenziazione della società, viene avversata da un federalismo re-azionario, in mera funzione antileghista “che postula, in un Paese socialmente eterogeneo, un’amministrazione centrale forte che sia capace di programmare, valutare, controllare (e perequare), all’occorrenza intervenendo con poteri sostitutivi…”. Ancora una volta il filo rilasciato da Tronti si riannoda con questo mito dello Stato centrale forte, capace di programmare, valutare, controllare e perequare necessitato per pure ragioni tattiche a costruirsi un presunto federalismo posticcio e contraddittorio.


Qui non si intende, in conclusione, negare che la forza della proposta di Miglio sia anche legata a un preciso contesto storico, caratterizzato anche da una pace relativamente stabile, dalla crescita impressionante delle relazioni commerciali a livello mondiale, dal fallimento del sistema comunista e dall’affermazione dell’individualismo competitivo, del “privato” e del mercato. In tale contesto, inoltre, vi è la fiducia riposta nelle ‘minoranze’, i Paesi più avanzati, di essere fino in fondo ‘classe politica’ del mondo. L’idea insomma che, seppur minoranze su scala globale, in virtù della loro organizzazione e coerenza ideologica, non avrebbero perso il controllo delle dinamiche mondiali, avrebbero comunque beneficiato di un ordine “coloniale” non dichiarato.


Nello scenario attuale, è del tutto evidente che il motore della storia ha introdotto dei cambiamenti che problematizzano la proposta di Miglio. Non regge lo schema dei pochi centri guida di un mondo popolato di periferie disorganizzate, prolifiche e arretrate. Inoltre manca nel pensiero di Miglio la consapevolezza della portata epocale delle grandi migrazioni umane indotte dai differenziali dei dividendi demografici. Eppure oggi la forma policentrica del potere invocata a livello internazionale ripropone intatta la riflessione sul superamento della sovranità monocratica da lui progettato; come pure rimane inespresso tutto il potenziale dell’interdipendenza tra il protagonismo del territorio, il nuovo modo di produzione, le libertà locali, i corpi intermedi e la ricostruzione istituzionale dal basso attraverso la nuova rappresentanza non statuale che generano.

Testi tratti da

IL PENSIERO FEDERALISTA DI GIANFRANCO MIGLIO:
UNA LEZIONE DA RICORDARE

a cura di Luca Romano

Atti del Convegno di studi – Venezia 17 aprile 2009

Gianantonio Bevilacqua
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Gianantonio Bevilacqua, giornalista pubblicista dal 1998 Ordine dei Giornalisti - Regione Lombardia. , Esperto di difesa e politica

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