Gianfranco Miglio visto da Marco Bassani

Luigi Marco Bassani laureato a Pisa, figlio del fisico Franco Bassani, dopo aver compiuto i propri studi tra Pavia, Boston e Berkeley, è studioso che si è occupato principalmente della tradizione americana (da Thomas Jefferson a John C. Calhoun) e delle questioni teoriche che riguardano il dibattito sul federalismo. Già collaboratore di Gianfranco Miglio all’interno della Fondazione Italia Federale, attualmente insegna Storia del pensiero politico contemporaneoed è professore ordinario di storia delle dottrine politiche alla facoltà di scienze politiche, economiche e sociali dell’Università degli Studi di Milano.

Gianfranco Miglio era un amico di famiglia e incominciai ad avere con lui rapporti costanti quando io avevo quasi trent’anni e lui settantacinque. Mentre studiavo all’Università della California, a Berkeley, mi scrisse prospettandomi la possibilità, al mio ritorno, di entrare alla Fondazione “Bruno Salvadori”, finanziata da un imprenditore vicino alla Lega Nord. Dal 1993 al 1997 ebbi così il privilegio di passare un paio di pomeriggi alla settimana con lui. Conobbi quindi il Miglio post-universitario in una fase di assunzione di responsabilità politiche mai disgiunta dall’impegno intellettuale e di ricerca (la sua passione politica era in ogni caso abbastanza chiara, tanto che la sua affermazione, “ho studiato politica per cinquant’anni, e me ne sono fatto una tale zuppa per cui ci sto in mezzo senza appassionarmi mai”, era retoricamente efficace, ma non del tutto sincera).


Se Miglio ebbe una vera debolezza politica questa fu l’ambizione, coltivata nella primavera del 1994, allorché riteneva di dover diventare Ministro nel primo governo Berlusconi, di porre il proprio nome in calce ad un progetto federale autentico. Sapeva perfettamente che non sarebbe passato, ma gli sarebbe piaciuto comunque elaborarlo, solo per lasciarlo ai posteri (un po’ come aveva fatto Marco Minghetti agli albori della nostra storia unitaria). Come è noto, la scelta di una figura di minor prestigio intellettuale – l’eufemismo è d’obbligo – quale Ministro provocò la sua rottura con Umberto Bossi.


Alla Fondazione lavorava pure Alessandro Vitale, suo ultimo allievo diretto, e quando il professore raggiungeva Milano andavamo sempre a prenderlo alle “Ferrovie Nord”. I suoi dioscuri, ci chiamava affettuosamente. Mentre camminavamo verso la Fondazione, pochi passi, giacché si trovava in Via Vincenzo Monti, Miglio, con imperioso gesto del braccio, spostava me o Alessandro dalla parte meno nemica dell’udito, ossia verso quell’unico orecchio che gli consentiva di ascoltarci. Ricordo, che, distratto come sono, non ricordavo mai quale fosse la parte migliore ed ero costantemente soggetto allo spostamento.


Anche se erano anni nei quali Miglio finiva sui giornali ogni giorno, non parlavamo mai di “politica politicante”, ma solo di “mutamento costituzionale” e di come questo paese avrebbe potuto essere salvato. Quindici anni fa, infatti, seppur ben si comprendeva che l’Italia era destinata al declino, sembrava che si potessero almeno scorgere alcune forze capaci di forzare l’orizzonte della politica e imporre i mutamenti istituzionali necessari. La Lega Nord appariva all’epoca, non solo a Miglio, il “peggior strumento per la miglior battaglia”, tanto che la sua adesione al movimento fu sempre assai sofferta e problematica.


Va anche detto, e questo lo posso testimoniare con assoluta certezza, che Miglio da quando aderì alla Lega, fu trattato come un appestato dalla più gran parte dei colleghi. Se apparentemente non se ne diede cura, questo fu solo per il suo innato stile, ma ne soffrì non poco. Ogni contatto con il mondo degli studiosi fu, in quegli anni, da lui vissuto con grande gioia: si trattava di un ritorno a casa, anche se talvolta in una casa diventata ostile. Ciò che gli intellettuali di professione non potevano perdonare a Miglio era di aver fornito un manto di rispettabilità (né Umberto Bossi né tanto meno i “colonnelli” compresero mai quanto importante fosse tale copertura) ad un movimento politico che sembrava semplicemente vellicare le pulsioni nascoste e inconfessabili delle popolazioni settentrionali. Miglio, dal canto suo non considerava né volgare né inconfessabile l’antico sogno popolare di essere ricchi per quanto si produce, senza venir taglieggiati. “Non è – spesso affermava – che se questi lombardi sono tarantolati dal lavoro e se ne fregano della politica essi debbano perciò stesso essere sfruttati da altre popolazioni, politicamente ben più accorte”.

In quegli anni la proposta politica federalista di Miglio era, in sintonia con le posizioni leghiste di allora, “liberista” in senso stretto, ben consapevole certo che il mercato non si impone da sé a dispetto della politica, ma conscio della irriducibile opposizione fra Stato e mercato.
Questa opposizione era stata riformulata assai originalmente da Miglio nei termini di una dicotomia fra “obbligo politico” e “obbligo contrattuale”: da studioso non prendeva posizione, ma vedeva il pendolo della storia oscillare ora verso l’una ora verso l’altra alternativa. Se gran parte del Novecento e segnatamente il periodo della guerra fredda erano stati segnati dalla prevalenza di un obbligazione di natura politica, tutta una serie di fattori di quegli anni, dal crollo del comunismo, all’irrompere della Lega, rappresentavano per lui il segno ineluttabile del declino dell’obbligo politico. Un assetto federale di governo avrebbe quindi fornito lo sbocco naturale – “nella logica delle cose”, come amava dire – a tale movimento storico di portata epocale.


La vera forza di Miglio stava tutta nel suo intelletto e nella sua favella, ossia nella capacità, rarissima, di rendere chiari e cristallini concetti complicati. La chiarezza della sua mente gli rendeva naturale la spiegazione trasparente, anche ad un pubblico poco versato negli studi. Inoltre, non mi è mai più capitato di incontrare una persona che padroneggiasse la nostra lingua, scritta, ma soprattutto parlata, al modo in cui la padroneggiava Miglio. Molto spesso mi sono scoperto ad ascoltarlo in attesa di una qualche sorta di errore che non capitava mai: riprendeva il periodo fino a rendendolo piano e perfetto, tanto che le registrazioni delle sue relazioni – tutte fatte senza appunti di riferimento – venivano sbobinate e stampate senza alcun tipo di cura editoriale.


Di studiosi ne avevo già incontrati molti, anche di grandissimo valore intellettuale – lo storico Giuseppe Are e il filosofo Giuliano Marini furono i miei primi maestri – ma di fronte a Miglio mi scoprii avvolto da un’atmosfera di lucidità e chiarezza che non avevo mai incontrato prima, né mi è mai stato dato di ritrovare in seguito. Fin da subito ebbi l’impressione che egli sapesse “tutto” e ciò che il tempo gli negava di conoscere direttamente, lo intuiva comunque con correttezza. Per fare un solo esempio, pur avendo una visione dell’economia certamente convenzionale e tipica della sua generazione egli fu fra i primi in Italia a intuire l’importanza della Scuola austriaca tanto che ospitò nella collana arcana imperii una raccolta di saggi di Mises e Hayek. Un giorno mi disse anche che Ludwig von Mises era stato il maggiore economista del Novecento.


A Miglio piaceva proporsi come political scientist (lo diceva così, in inglese), ma mi ricordava sempre di diffidare degli scienziati della politica perché “credono che la storia incominci nel 1945”. E proprio la sua immensa cultura storica lo collocava in una situazione solitaria nel panorama intellettuale italiano. Se la scienza politica e la storia delle istituzioni furono il suo principale oggetto di riflessione, la storia amministrativa, il pensiero politico e il diritto costituzionale sono stati campi che Miglio ha coltivato per tutta la vita.

Nel corso degli anni insegnò Storia dei Trattati e politica internazionale, Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche, Dottrina dello Stato e Scienza della Politica. La sua vera eredità scientifica non è però racchiusa solo nei suoi scritti, ma sta nella cura che prestava alla preparazione dei suoi corsi universitari, nelle conversazioni con allievi e colleghi, nelle sue idee delle quali non era mai “geloso” e che lasciava liberamente circolare. Ancora oggi, a tanti anni di distanza, so per certo che qualunque mio vero interesse di ricerca trae origine da una qualche conversazione con lui che si è sedimentata da qualche parte.


Se Miglio si considerava un “politologo realista e spietato che non sogna mai, neanche la notte” era solo perché aveva in uggia le utopie, la filosofia dei valori ultimi, coloro che parlavano senza aver compreso né la storia né la lezione di Machiavelli sul fatto che “la politica è lotta per la conquista e il mantenimento del potere”. La sua apparente ossessione erano le “regolarità della politica”. Miglio era attratto da una serie di grandi pensatori (Tucidide, Machiavelli, Hobbes, Tönnies, Weber, Schmitt, Mosca e Pareto) che avevano analizzato il problema politico alla ricerca di “regolarità”, vale a dire di comportamenti ripetuti e prevedibili sulla base dei quali poter costruire una vera e propria “scienza dell’azione umana” nei rapporti di potere. Se le regolarità degli scambi di mercato sono la base della scienza economica, così si doveva trovare un principio ultimo dal quale partire per ricostruire le categorie della politica.


Ma la sua vera ossessione era la politica nell’età del trionfo dello Stato. Il problema cruciale appariva allora “la difficoltà di conciliare la teoria giuridica dello Stato con i risultati della comprensione scientifica della politica”. Vale a dire, le vesti giuridiche con le quali da oltre cinque secoli cerchiamo di agghindare il fenomeno “potere” gli apparivano ormai logore. Per questo, solo per fare un esempio, il suo interesse nei confronti di Hans Kelsen, il giurista del Novecento che maggiormente ha creduto alla possibilità di ammantare di vesti giuridiche tanto eleganti quanto funzionali la nuda realtà del potere, era a dir poco marginale. E al contrario coglieva la grandezza di Carl Schmitt proprio nell’aver mostrato che l’essenza della politica sfugge ad ogni tipo di giuridicizzazione.


Ma, al di là delle apparenze, il vero tema dominante della ricerca scientifica di Miglio era quello della “libertà dell’uomo”. Non della libertà filosofica, ma di quella concreta che nasce e muore nelle istituzioni politiche. L’“uomo reale” che vive in un territorio perimetrato e reinventato dalle istituzioni politiche era il suo referente abscondito e naturale, al punto che il dilemma istituzionale diventava il cuore di ogni possibile riflessione politica.
Se egli non riuscì mai a considerarsi liberale (e tuttavia spesso mi confessò che ciò derivava dal contesto culturale: se fosse vissuto in Inghilterra sarebbe stato e si sarebbe considerato semplicemente un “liberale classico”) era perchè aveva constatato il fallimento della dottrina politica e costituzionale del liberalismo. Tale fallimento derivava a sua volta dal fatto che il liberalismo non aveva compreso la natura dello Stato e della politica moderna.


La storia delle istituzioni europee mostrava che la logica interna prevale sempre sui conclamati “fini”, rendendo questi ultimi irrilevanti. La protezione della libertà umana allora dipende solo dal concreto dispiegarsi di una logica istituzionale non in contrasto con la libertà stessa. Di qui la necessità di costruire istituzioni di tipo federale capaci di replicare politicamente quella fluidità sociale ed economica, che alla fine del Novecento segna la fine del ciclo politico dello Stato moderno. Miglio non si stancava di ripetere: “In campo economico ogni giorno si escogitano contratti, nuovi tipi di accordi, mentre la politica è ferma alla Rivoluzione francese”.

La prospettiva federalista di Miglio scaturiva da un ripensamento profondo e da una serrata critica nei confronti dello Stato moderno e dei suoi miti, “che pure io stesso – amava dire – ho contribuito a propagare”.
In un paese nel quale il termine-concetto Stato era ammantato di una vaghezza e inconsistenza metastorica debordante nella semplice confusione, Miglio insegnava che lo Stato non è altro che la risposta europea al problema dell’ordine politico in un preciso momento storico: quello della dissoluzione del “cosmo medievale”. Non è la ragione universale applicata alla politica, non ha nulla di razionale in sé, né di “divino”. È questo uno dei suoi grandi contributi: la valutazione realistica delle origini e dello sviluppo dello Stato moderno, della sua parabola, tutta umana e terrena. Lo Stato non è un semplice sviluppo “naturale” del fenomeno potere politico. Non è certo per un capriccio, o per pignoleria, se Miglio proponeva di cambiare la grafia della locuzione ereditata in “Stato (moderno)”. Vale, a dire lo Stato, ad avviso del professore comasco e di una lunga tradizione di studi, non è che moderno.

In breve, “il tipo di ordinamento politico oggi vigente, lungi dall’essere l’unico e inevitabile prodotto della ragione universale, è soltanto il risultato, in fondo abbastanza occasionale, di una serie di congiunture storiche” (Gianfranco Miglio, Genesi e trasformazioni del termine-concetto ‘Stato’ (1981), Le regolarità della politica, Milano, Giuffrè, 198888, vol. II, p. 803). Miglio tributava anche un omaggio intriso di “realismo” a questa grande costruzione, quando affermava che “non è esagerato considerare l’idea astratta e ‘personalizzata’ dello ‘Stato’ come il capolavoro del pensiero politico occidentale, e, ad un tempo, la più sofisticata delle ‘finzioni’ dietro cui, da sempre, gli uomini che compongono la classe politica sono costretti a celarsi”(ivi, p. 825).


La prospettiva federale era allora per Miglio la soluzione al problema dell’ordine politico posto dalla crisi dello “Stato (moderno)”. Se questa “mostruosa creatura” era stata la risposta all’implosione del “cosmo medievale”, da molti decenni tale soluzione era ormai entrata in crisi. Un’istituzione è in crisi quando crea più problemi di quanti non ne risolva e lo Stato appariva a Miglio, ma non solo a lui, parte del problema e non della soluzione, per usare l’efficace slogan di Ronald Reagan.


Ma la proposta federale di Miglio è assolutamente inedulcorabile e non ha nulla a che vedere con le riforme di piccolo cabotaggio approvate di recente. Se il federalismo “storico”, ricordava Miglio, nasceva per aggregare, oggi quello stesso strumento tendente a formare un “equilibrio instabile”, per usare l’espressione di Giorgio Brosio, deve saper gestire e coordinare processi di disaggregazione. Mentre in passato il federalismo era visto come un metodo utilizzato per unificare popolazioni diverse, oppure come forza per costruire l’unità nazionale (e pluribus unum), oggi occorre pensarlo come riorganizzazione delle forze centrifughe che mettono in crisi il dogma dell’unità.

Le spinte al federalismo nascono e si nutrono dell’allentamento del vincolo dello Stato nazionale centralistico: “ex uno plures”, diceva Miglio, cioè, da un’unica entità sovrana a più sovranità distinte ed unite da un patto federativo liberamente sottoscritto. Occorre, al fine di seguire il ragionamento di Miglio, accettare la fine della moderna statualità e del suo ossessivo concetto di unità e sovranità.


La lente del “neofederalismo” migliano serve anche a comprendere che nella nostra epoca – dopo la fine della guerra fredda – la politica deve necessariamente arretrare. Si tratta di gestire al meglio le convivenze umane abbandonando i grandi progetti utopistici (e spesso criminali) del Novecento. Il federalismo serve allora anche a smantellare le ideologie, le formule politiche, i dogmi ereditati dai secoli che hanno accompagnato il trionfo dello Stato. Il federalismo segna il declino dell’obbligazione politica e la prevalenza delle decisioni pattizie e negoziate sugli atti d’imperio. Nella sintesi migliana, la vittoria del contratto sul patto politico.


Nel contesto italiano, per Miglio, il federalismo avrebbe anche dovuto raddrizzare una stortura che una ventina di anni fa appariva (non solo a lui) intollerabile, mentre oggi non viene quasi neanche più segnalata. Vale a dire il macroscopico caso del patto non scritto fra Stato centralista e capitale parassitario del Nord da un lato e plebi del Sud dall’altro volto a garantire redditi non giustificati alle spalle della popolazione produttiva concentrata in un pugno di regioni. Seppure tutta la politica poteva essere studiata come il prevalere delle relazioni parassitarie, Miglio affermava: “Come minimo un federalismo autentico stabilisce l’ordine di poppata” e avrebbe avuto il risultato di sciogliere ogni dubbio – che per la verità è difficile coltivare anche oggi – su chi tiene i cordoni della borsa e chi riempie di quattrini la borsa. E se tutto ciò al fine sarebbe risultato pregiudizievole per l’unità nazionale, poco male, in fondo un federalismo autentico muove proprio dall’abbandono del dogma dell’unità e ammette sempre il diritto di recedere dal libero contratto federale sottoscritto.


Oggi l’eredità di Miglio è reclamata con forza da un movimento nel quale il professore aveva creduto e che appare di nuovo elettoralmente sulla cresta dell’onda. Le brave persone che lo hanno incontrato, in effetti, non lo hanno mai dimenticato, ma dubito che le battaglie politiche condotte oggi dalla Lega sarebbero piaciute al professore: la difesa dell’italianità delle banche, l’espulsione di qualche immigrato irregolare, una piccola riforma sul federalismo fiscale, che vedrà la luce fra qualche anno (salvo cambiamenti di governo) e che non è né fiscale né federale.


Le alterne fortune elettorali della Lega segnavano il cammino del dibattito sul federalismo anche allora, ma dalla scomparsa del professore comasco la discussione si è ormai dispersa in mille rivoli e in decine di proposte poco coerenti. I dirigenti politici di questo paese, ricordava spesso Miglio, non hanno la più pallida idea degli immani problemi che una riforma federale autentica comporta. Essi ritengono che per trasformare un paese come il nostro, culturalmente e istituzionalmente, fra i più centralisti del mondo, basti la buona volontà e pensano di poter ottenere ciò che pomposamente chiamano il “federalismo fiscale” a Costituzione invariata.

Il federalismo della Lega sembrava già allora destinato a subire la stessa sorte della società senza classi del Partito comunista. Scopo finale agognato dai militanti, auspicato dagli elettori, visto con simpatia dai parlamentari, oggetto di privata ironia da parte della piccolissima cerchia dei dirigenti di spicco.


La lezione federalista di Miglio è cristallina: se riteniamo lo Stato moderno e il suo obsoleto armamentario politico-concettuale ormai in una crisi risolutiva, il federalismo autentico, ossia la disarticolazione dal basso di tutti quei macroaggregati fondati sulla plurisecolare evoluzione di un unico modello di statualità, può essere la risposta. Ma ci vuole coraggio.
Come ricordava il professore, quando si riuscirà a metter mano davvero alla Costituzione, mettendo la mordacchia a tutta la retorica patriottarda, dai martiri di Belfiore fino ai “padri costituenti”, qualcosa starà accadendo per davvero. Fino a quel momento sarà saggio e prudente non aspettarsi nulla, rileggere Miglio e riflettere sulla sua lezione. Le varie formulette in voga da anni: “elementi di federalismo” da introdurre sul nostro sistema centralista, “federalismo equo e solidale”, “federalismo a costituzione invariata”, non sono altro che una richiesta, appena mascherata, che nulla cambi davvero. Questo Miglio lo sapeva bene, tanto che alla fine di una delle sue ultime conferenze politiche, sconsolato, mi confessò: “Una riforma federale questo paese non la vedrà né nel mio arco di vita, né nel tuo”. Temo che ancora una volta avesse ragione.

Testi tratti da

IL PENSIERO FEDERALISTA DI GIANFRANCO MIGLIO:
UNA LEZIONE DA RICORDARE

a cura di Luca Romano

Atti del Convegno di studi – Venezia 17 aprile 2009

Gianantonio Bevilacqua
Gianantonio Bevilacqua 238 altri articoli
Gianantonio Bevilacqua, giornalista pubblicista dal 1998 Ordine dei Giornalisti - Regione Lombardia. , Esperto di difesa e politica

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