Gianfranco Miglio visto da Ettore Adalberto Albertoni

Laureato in giurisprudenza, è stato professore ordinario di storia delle dottrine politiche, esercitando inoltre la professione di avvocato civilista e d’impresa. Nei suoi scritti ha più volte affrontato i temi dell’organizzazione autonomistica e federale dello Stato, svolgendo diversi studi su Carlo Cattaneo, tra i padri del federalismo. Albertoni è stato inoltre direttore dell’Istituto giuridico della Facoltà di scienze politiche dell’Università degli Studi di Milano e decano della Facoltà di giurisprudenza della sede comense dell’Università degli Studi dell’Insubria. Per sei anni infine Assessore alle Culture, Identità e Autonomie della Regione Lombardia dal 2000 al 2006.

Nel corso di un “Convegno” organizzato il 6 dicembre 2001 a Como e ad iniziativa della “Associazione Piccole e Medie Industrie della Provincia di Como” (API) in omaggio a Gianfranco Miglio – che era deceduto da 4 mesi – ebbi il gradito quanto oneroso compito di onorare la memoria dell’Amico e Collega svolgendo la relazione “Autonomie delle forze produttive e sviluppo territoriale nel pensiero e nell’opera di Gianfranco Miglio”. Al tavolo dei relatori in quella occasione c’era allora, come oggi, Lorenzo Ornaghi, allievo diretto e continuatore brillante, capace ed originale del filone di studi scientifici e storici coltivato da Miglio; un economista della qualità e del valore di Alberto Quadrio Curzio, Preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano dove Miglio svolse il suo Magistero, nonché il più giovane ma già valoroso ed intelligente studioso di economia e diritto Carlo Lottieri.

Ringrazio vivamente il Presidente del Consiglio Regionale del Veneto, l’Amico e Collega Marino Finozzi, per avere voluto e patrocinato questo “Convegno di Studi” nel quale ho il piacere di rinnovare la considerazione e la stima per Ornaghi, di potere ascoltare Massimo Cacciari di cui, ricordo, quanto Miglio apprezzasse l’ingegno, e di essere insieme con i Colleghi Luca Antonini e Mario Bertolissi a testimoniare l’attenzione dei giuristi per il pensiero politico ed istituzionale coraggioso e innovatore di Miglio. Esso, lungi dal deperire per il trascorrere del tempo, ha dimostrato, invece, la sua solida impostazione e la sua capacità di agire ed operare sulle menti e nei cuori di chi conobbe lo studioso e lo stimò ma anche di chi, molto più giovane di età, pur non avendolo conosciuto ha oggi il desiderio vivo di sapere di più su di lui e sul suo impegno per il cambiamento federalista dello Stato in Italia.

Ho notato, infatti, con molto piacere che da qualche tempo molti giovani interessati alla politica nel senso alto e nobile del termine sempre più dimostrano una seria volontà di conoscere i temi e le prospettive della sua generosa battaglia ideale e parlamentare. Un impegno da lui assunto con grande determinazione ed energia in un’età non più verde e quando, normalmente, la stragrande maggioranza dei professori universitari tira, come si suole dire, “i remi in barca”. Miglio da buon laghée, cioè da fiero ed orgoglioso figlio dell’Alto Lago di Como quale era, sviluppò, invece, l’energia, la passione e l’intelligenza nel dirigere la barca, nonostante le tempeste che imperversarono, verso la meta federalista e di orientare sempre su questo obiettivo la circolazione delle idee e la volontà di riformare le istituzioni dello Stato. Fu una testimonianza importante anche se Miglio ci lasciò prima di raggiungere l’approdo che se con la riforma costituzionale del 2001 non era già più un lontano miraggio tuttavia solo oggi, nell’aprile del 2009, incomincia ad essere non solo possibile ma anche realizzabile grazie ai risultati elettorali delle elezioni politiche generali e anticipate dell’aprile 2008 con l’affermazione determinante di una forza politica dichiaratamente federalista come la Lega Nord all’interno della maggioranza governante.


Ringrazio sentitamente il Presidente del Consiglio Regionale del Veneto ed il Consiglio Regionale nella sua collegialità per questa iniziativa che non significa solo la memoria di un’alta testimonianza civile e politica come fu quella di Miglio. Essa ha assunto nel tempo anche, e vorrei dire soprattutto, un alto significato etico e, quindi, capace di superare tutti i limiti e i rischi delle opzioni ideologiche e partigiane. Cercherò in questa sede di trattare il tema specifico sul quale riferirò tenendo nella debita considerazione la prospettiva culturale ed istituzionale che il pensiero di Miglio, nella sua integralità e senza soluzione di continuità, ha elaborato e proposto attraverso la sua originale e coraggiosa concezione della politica e delle istituzioni. Anticipo anche, per chiarezza, che reputo quella di Miglio essere stata principalmente una impostazione dottrinale e di stimolo culturale e scientifico di grande rilievo anche politico mentre io dovrò, riferendo sui risultati lombardi in materia di Federalismo, sottolineare che essi sono stati conquistati dosando accuratamente e, spesso, contemporaneamente la dottrina e la strategia con le ineliminabili esigenze della duttilità e della tattica.

Tuttavia nella mia impostazione di fondo dell’intera azione il richiamo alla fermezza di volontà e alla chiarezza di opinioni dello studioso mi è sempre stata presente come supporto e sprone a fare ed a concludere.

La qualità delle testimonianze qui raccolte e le considerazioni che ho già svolto non mi esimono, però, dall’entrare in un tema preliminare ma diverso da quello assegnatomi e che riguarda l’azione propositiva e concreta svolta dalla Regione Lombardia nel corso della sua “Fase costituente” sviluppata dal 6 luglio 2006 al 15 luglio 2008 sotto la mia Presidenza del Consiglio Regionale che oggi è qui rappresentato al più alto livello nella persona del suo Presidente in carica Giulio Achille De Capitani che saluto con amicizia e profonda stima.


Vorrei dire che nell’accostare il pensiero e l’opera di Miglio al tema che mi è stato assegnato, “La Regione Lombardia per il Federalismo”, non svolgerò una trattazione né accademica né analitica. Mi sembra, tuttavia, necessario sottolineare che Miglio ha testimoniato una lunga e molto vitale esperienza di vita intellettuale nel corso di oltre 50 anni di produttività scientifica, dal primo testo del 1942 sino agli ultimi elaborati negli anni Novanta e agli albori del Terzo millennio. Questo dato non è certo privo di significato perché conferma che egli ha avuto una costante e vigile attenzione ad alcuni precisi e, aggiungo, rilevanti problemi. Vuole anche dire che nello stimolo, ma anche nel tormento che sempre accompagna ogni ricerca così organica e mirata, ha saputo sempre mantenere una salda coerenza nella declinazione anche politico – pratica di quelli che, in ogni caso, sono stati sempre i temi fondamentali della sua ricerca.

Argomenti cruciali e controversi, davvero di lunga durata, Gianfranco Miglio li aveva già identificati nel 1942 in quel suo primo testo molto significativo anche nella titolazione: “La crisi dell’universalismo politico medioevale e la formazione ideologica del particolarismo statuale moderno”.

Miglio si era, infatti, posto molto presto il problema della natura e della strutturazione burocratica e permanente dello “Stato Moderno” che lo affaticò costantemente e che, a ben considerare, ha rappresentato la spinta ideale determinante anche per il suo diretto impegno politico e militante nella fase ultima della sua vita. È bene tenere conto del contesto storico nel quale venne pubblicata la sua “opera prima”, che è merito culturale non piccolo dell’Eurodeputato Mario Borghezio averla proprio in questi giorni ripubblicata nella sua versione integrale con l’Editore torinese Nino Aragno e con un’ampia e documentata Introduzione di Lorenzo Ornaghi. Per ogni elaborazione dottrinale il riferimento al contesto generale in cui essa si è formata e si è sviluppata è imprescindibile.

Richiamare quel libro significa, quindi, iniziare un viaggio a ritroso nel tempo e riandare al 1942, alla Seconda Guerra mondiale ed all’epoca della massima rottura dell’equilibrio, interno ed internazionale, nella vita e nell’esperienza degli Stati moderni. Certamente era quello un periodo di enormi e disumane catastrofi ma anche di epocali cambiamenti che l’esordiente Miglio già captava e sui quali avrebbe poi speso la sua perspicacia scientifica. Negli ultimi anni ripeteva spesso che il suo sogno ricorrente era diventato quello di scrivere una storia dello Stato moderno accompagnata da una serrata analisi condotta secondo la metodologia propria della Scienza politica e che fosse ormai in grado – molto più e ben al di là di quanto non avesse fatto Carl Schmitt (1888–1985)- di collocare le vicende di questa particolare creazione dello spirito politico e di potenza dell’Europa nel suo corretto alveo storico e dottrinale. Il libro – al quale pensava di dedicarsi se ne avesse avuto il tempo ma che, comunque, appare più che abbozzato in molte sue parti come ci fanno capire alcuni dei suoi ultimi interventi – avrebbe dovuto essere titolato: “L’Europa degli Stati contro l’Europa delle Città”. A partire dalle più antiche esperienze delle autonomie comunali lombarde ed europee per arrivare all’esperienza dell’Hansa germanica ma, in modo particolare, alla crescita ed al riconoscimento internazionale del Confederalismo elvetico (Pace di Vestfalia, 1648) e dell’ordinamento già federale delle Province Unite dei Paesi Bassi (sorte con l’ Unione di Utrecht, 23 gennaio 1579),

Miglio ha interpretato un insieme, assai differenziato nel tempo, di vicende storiche e di espressioni del pensiero politico e delle dottrine della Statualità moderna nettamente in controtendenza rispetto ai giudizi che tradizionalmente venivano formulati su quelle medesime stagioni storiche e dottrinarie. Oltre il dato giuridico ed istituzionale aveva, infatti, intuito e visto l’importanza della trascurata dimensione della “autonomia economica” che era stata espressa e propugnata dalle forze produttive che, in un periodo storico “a basso tasso di politicità”, l’avevano contrapposta – come “un’altra metà del cielo” della storia politica europea – alla “ragione” assolutista ed accentratrice degli Stati moderni. È chiaro che per Miglio la vicenda della Statualità moderna – come si formò e sviluppò in Europa dal XVI secolo in poi e che costituisce uno dei risultati più maturi e compiuti dell’esperienza istituzionale e politica della storia del mondo – conobbe dall’inizio del XX secolo una fase di crescente crisi che non è certo terminata con la fine del Novecento ma che, anzi, si sta sviluppando ed ampliando con esiti assolutamente imprevisti ed imprevedibili ancora nella nostra contemporaneità. Sia consentito a me, che sono accademicamente uno storico delle dottrine politiche, come lo era anche Gianfranco Miglio, sottolineare la fecondità del nostro campo disciplinare e scientifico.

Essa consiste proprio nel fatto che dalla matrice comune ed oggettiva, che è rappresentata dalla Storia dei fatti e degli eventi nonché dall’analisi critica delle elaborazioni e costruzioni teoriche ed applicative di carattere statuale ed istituzionale, sono derivati ulteriori ambiti di studio che proprio grazie anche a Miglio hanno raggiunto un livello notevole di innovazione nella conoscenza e nella interpretazione di questi argomenti. Mi riferisco, a titolo esemplificativo, alla Scienza ed alla Storia dell’Amministrazione Pubblica e ad una concezione colta, storica e critica e, quindi, non meramente descrittiva e strumentale, della Filosofia politica, della Scienza e della Sociologia politica e del loro ruolo tra le scienze umane, sociali e politiche.

Per la completezza delle analisi e delle problematiche, affrontate da diverse angolazioni ma sempre con grande acume e, ciò che non guasta, con un notevole estro espositivo e polemico, non c’è dubbio che Miglio a proposito della moderna Statualità abbia proposto ed avviato uno dei più interessanti percorsi scientifici del tempo di cui fu un testimone lucido e disincantato, realista e anticonformista. Miglio aveva, infatti, compreso ed interpretato in modo egregio e compiuto la realtà sempre più tendenzialmente totalitaria che lo Stato moderno aveva incarnato e, spesso realizzato, alternando alcuni momenti di alto sviluppo civile ad altri di abissali cadute di civiltà e di efferate negazioni di ogni e qualsiasi eticità.


Non è, inoltre, casuale l’attenzione anche linguistica e semantica di Miglio nei confronti della politica e delle istituzioni di più alto livello. Il termine – concetto “stato” è, infatti, il participio passato del verbo essere: gli antichi avevano conosciuto termini-concetti simili ma variamente indicati come: polis, res publica, regnum. Lo “stato”, però, con la esse minuscola, ha un significato di condizione; è ciò che “è avvenuto”, ciò che “è stabile” , duraturo ma anche, e sempre più nel tempo, invasivo, autoritario ed alla fine Totalitario in forme e modi diversi. È da questo processo di crescita abnorme dello Stato e dei suoi poteri che sono sorte le burocrazie sempre più potenti, le sopraffazioni delle Comunità civili e produttive con le riduzioni progressive e costanti di tutti gli spazi delle libertà individuali, sociali e comunitarie.

Questo è senz’altro il grande tema della riflessione politica contemporanea che ha accomunato anche molte delle mie ricerche – dedicate alla ‘classe politica’, alla ‘classe dirigente’ ed alle ‘élites politiche’ così come furono interpretate dai classici dell’“elitismo politico e sociale”: Gaetano Mosca (1858 – 1941), Vilfredo Pareto (1848 – 1923) e Roberto Michels (1876 – 1936) – a quelle svolte da Miglio nello specifico e così contraddittorio contesto storico e culturale degli ordinamenti politici italiani dalla formazione dello Stato unitario, nel marzo 1861, ad oggi. Un percorso che, per quanto mi riguarda, è stato alimentato anche dagli altri studi che ho condotto sulla linea propositiva e federalista che storicamente ha associato Gian Domenico Romagnosi (1761 – 1835), il Maestro, al suo grande allievo Carlo Cattaneo (1801 – 1869).

Questa “linea” culturale, sociale e politica federalista e lombarda ha originato ed alimentato il fiume nascosto della pluralità delle culture, storie e identità negate che sono, invece, l’essenza del Federalismo. Esso ha attraversato con un percorso sotterraneo e carsico tutta la migliore Storia politica in Italia dagli inizi del XIX secolo per dilagare alla luce del sole, impetuoso e sempre meno resistibile a partire dall’ultimo ventennio del XX secolo. Mi riferisco a questa “linea” storica che è anche alternativa rispetto alla costruzione e allo sviluppo dello Stato in Italia che ha sempre avuto un carattere accentratore, al di là e al disotto delle diverse etichette, giuridiche e formali.


Miglio ha avuto il merito di avere posto il tema dello Stato, con tutti i suoi corollari storici e gli sviluppi politici, sociali ed economici, come centrale nella nostra contemporaneità proprio per l’attitudine che esso ha assunto e potenziato in alcune realtà storiche ed istituzionali, come quella italiana, di sostanziale negazione dei valori contenuti nelle dottrine autonomiste e federaliste. Una posizione, quindi, di sostanziale negazione delle libertà delle società naturali, dei gruppi culturali e sociali e dei produttori espressa dalle concezioni sempre più invasive di molte tra le Statualità novecentesche.

Ritengo che queste problematiche che troviamo tutte – anche se in fasi, modi e tempi diversi – nel pensiero di Miglio meritino ancora ulteriori approfondimenti, soprattutto se riferiti all’ultima fase del suo pensiero, quella certamente più complessa e propositiva ma anche assai affascinante perché calata dal suo Autore in una prospettiva non di mera elaborazione ma anche di auspicata applicazione. Una fase che possiamo definire nella sua impostazione concettuale di carattere “libertario” e che Miglio stesso così sintetizzò: “Oggi siamo convinti di essere arrivati a conclusione di un’intera fase dello Stato moderno, in cui prevale l’idea che i cittadini debbano essere inquadrati una volta per tutte”.

In Miglio c’è come chiave di una lettura possibile delle Statualità contemporanee la consapevolezza che al declino del concetto di legge avesse fatto da contrappeso il graduale emergere del primato del contratto ed in questo convincimento da lui sempre affermato e ribadito c’è sicuramente una delle principali motivazioni del suo Federalismo politico. Alessandro Vitale, del quale Miglio è stato il Maestro, ha scritto al riguardo per la rivista ‘Èlites’ un elegante ed utile Saggio. Credo che questo studioso sia riuscito a dare senso – in maniera assai pertinente e appassionata – ad un titolo che avrebbe potuto anche essere terrificante: ‘L’attualità di un gigante scomodo per la politica’. In questo scritto si avverte non solo la passione di un serio studioso che ha un alto sentimento civile, ma anche la devozione di un allievo verso un Maestro dal quale ha appreso molto e, soprattutto, la capacità scientifica di interpretare e capire un pensiero politico complesso, proprio seguendolo lungo le sue linee più problematiche, originali ed innovative.

Venendo ora al tema “La Regione Lombardia per il Federalismo” penso che in questa sede non sia opportuno che mi dilunghi ad illustrare la “Fase costituente” che ha caratterizzato la vita e l’attività “straordinaria” del Consiglio Regionale – accanto a quella più di routine anche se di non poca importanza e che viene indicata come “ordinaria” – nel corso del biennio che va dal 6 luglio 2006 al 15 luglio 2008. In quel periodo presiedendo il Consiglio Regionale ho avuto l’onore e la grande opportunità di concorrere ad impostare e realizzare il contributo originale ed autonomo della nostra Regione per la più chiara definizione ed attuazione del Federalismo possibile e realizzabile nel nostro ordinamento istituzionale ad iniziativa del massimo organismo rappresentativo della sovranità popolare lombarda. Il complesso delle decisioni e degli Atti del Consiglio Regionale della Lombardia riguardanti l’attuazione della Costituzione della Repubblica per quanto riguarda l’unica riforma condotta a compimento nel 2001 – dopo quasi un trentennio di dibattiti non concludenti e di disegni solo abbozzati e mai chiaramente definiti e resi applicabili (Riforma della Parte II – Titolo V – articoli 114 -133. Le Regioni, le Province, i Comuni. Legge Costituzionale 18 ottobre 2001 n. 3 ) – è stato raccolto in forma documentaria e completa nei tre “Quaderni del Consiglio Regionale della Lombardia” editi da Franco Angeli, Milano, nel 2008 ai quali rinvio per ogni approfondimento.


Mi sembra utile sottolineare, invece, che la nostra impostazione giuridica ha riguardato dal punto di vista progettuale e di attuazione tre decisioni strategiche che qui richiamo in via di estrema sintesi. Anzitutto una opzione molto risoluta e condivisa da quasi tutto il Consiglio Regionale sulla necessità di una effettiva applicazione, in base alla Costituzione riformata, sia dell’articolo 116-3comma [ con la “richiesta di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”] che dell’articolo 119-2comma [con l’elaborazione di una “Proposta di Legge al Parlamento” per definire la misura delle compartecipazioni al gettito fiscale prodotto da tutti i tributi erariali lombardi e da attribuire ai Comuni, alla Città metropolitana di Milano, alle Province, oltre che alla Regione Lombardia e allo Stato]. In terzo luogo c’è stata l’elaborazione e l’approvazione quasi unanime del nuovo “Statuto d’autonomia della Regione Lombardia” previsto dall’articolo 123 della Costituzione ed entrato ufficialmente in vigore il 1° settembre 2008.


Esamino ora nel suo dato essenziale – quello dell’opzione lombarda per l’attuazione della Costituzione riformata – il merito e la portata di queste decisioni cercando di porre in evidenza, per quanto possibile e senza strumentali forzature, quali ispirazioni, anche mediate, possano essere venute dalla elaborazione politica di Miglio sullo Stato e sul Federalismo. Il tema della “attuazione” della Costituzione non era e non è di carattere accademico, né può essere considerato come una applicazione giuridicamente automatica perché deriva direttamente dalle statuizioni della Carta fondamentale della Repubblica.

Esso riguarda la Statualità vigente in Italia, cioè le forme di Stato e di Governo adottate e la loro funzionalità, perciò ha rappresentato il quadro di riferimento complessivo ed obbligante entro il quale collocare con piena legittimazione le tre scelte strategiche cui ho accennato. Anche se “attuare la Costituzione” è un preciso dovere, rigorosamente dovuto ai cittadini ed alle loro Comunità, l’argomento era e, per gran parte, resta ancora oggetto di ambigui e paralizzanti esercizi politici e burocratici. Sembra, ma non è poi così del tutto pacifico, che i principi del Federalismo e il valore fondamentale delle autonomie territoriali non vengano più messi in discussione anche perché sono ormai iscritti nella Costituzione. Tuttavia quando si tratta di passare dalle enunciazioni proprie della “retorica costituzionale” ad una politica di serie e credibili realizzazioni e applicazioni delle norme costituzionali riformate sorgono infiniti problemi e si verificano ingiustificabili ed ingiustificati inadempimenti. Il problema che il Consiglio Regionale della Lombardia ha dovuto e voluto affrontare stava proprio nella complessità delle norme e delle procedure “di attuazione” dei precetti costituzionali. E, in particolare, delle attività di negoziazione previste dalla Costituzione tra le Regioni ed i poteri centrali dello Stato (Governo e Parlamento nazionali), che sono volutamente generiche e non garantite nei modi ma, soprattutto, nei tempi e nei risultati.

Al riguardo ha pesato e pesa tuttora l’incompletezza del disegno riformatore contenuto nella vigente Costituzione con la mancanza, tra l’altro, di un funzionale, autorevole e necessario “Senato federale” che, spezzando l’attuale e paralizzante bicameralismo “perfetto”, diventi la formale ed ovvia sede di rappresentanza, coordinamento ed interlocuzione delle diverse autonomie che sono tutte essenziali perché enti costitutivi insieme con lo Stato dell’ordinamento della Repubblica. La modellistica costituzionale al riguardo (dagli Stati Uniti d’America alla Confederazione Elvetica) è troppo nota per essere qui richiamata. Nonostante tutto questo abbiamo ritenuto che, comunque, ci fosse una certa e non piccola dose di Federalismo, anche se ambiguo e male espresso, nella Costituzione riformata e che, quindi, il nostro compito di legislatori e costituenti, ossia di rappresentanti della sovranità popolare, fosse di portare alla luce ed in condivisa evidenza l’“opzione federalista” che ormai la Costituzione contiene.

Questa scelta costituzionale è federalista, anche se la parola “Federalismo” non è mai stata usata nel lessico costituzionale dei riformatori del 2001, perchè dalla filosofia che emerge dalla Carta costituzionale e, in particolare, dalla strutturazione giuridica dell’ordinamento autonomista e plurale previsto dalla Costituzione (articoli 5 e 114) è impossibile negare la presenza di questa impostazione federalista ambigua e talora abbozzata ma niente affatto debole nei suoi presupposti essenziali. Aggiungo che, allo stato dei fatti accertati e delle volontà politiche espresse, si trattava in quel biennio (luglio 2006 – luglio 2008) solo di un auspicio di applicazione istituzionale; una promessa ancora del tutto disattesa dal Governo Prodi allora governante. Inoltre non abbiamo affatto trascurato di tenere nella dovuta considerazione che nel nuovo ordinamento della Repubblica Italiana la formulazione dell’articolo 114, Costituzione, ha già codificato il valore del pluralismo istituzionale, territoriale e culturale. Anzitutto con il riconoscimento e la garanzia a favore di Comuni, Città metropolitane (ancora da definire), Province, Regioni e Stato di una “pari dignità” costituzionale pur nella differenziazione delle competenze e delle funzioni.

Di conseguenza abbiamo operato per dare interpretazione, forma giuridica e sostanza politica ed istituzionale a questi dettati costituzionali attraverso l’attuazione per quanto di nostra competenza dei già richiamati articoli 116-3comma, 119-2 comma e 123 della Costituzione in quanto i più nettamente orientati ad un Federalismo realizzabile.

Quanto abbia inciso, direttamente o indirettamente, in queste complesse e dibattute decisioni politiche del Consiglio Regionale della Lombardia il pensiero e, in special modo, la memoria dell’intensa attività pubblica, giornalistica e mediatica, oltre che intellettuale e culturale, per il Federalismo di Miglio credo che sia assai difficile dirlo.

Ritengo però che nella purtroppo assai diffusa indifferenza su questi temi da parte di molte forze politiche una presenza culturale e molto sollecitante come quella di Miglio che fu attiva per circa un decennio possa in qualche misura avere avuto una parte non irrilevante. È un’impressione personale e che deduco da non poche testimonianze dirette e anche dal rinnovato e crescente interesse per lo studioso insigne che fu anche un politico onesto e combattivo.

Ritengo, infatti, che il pensiero e le intuizioni di Miglio possano nel tempo avere operato, magari solo su un piano generale e non troppo approfondito, su quel retroterra culturale e politico più attento e sensibile all’urgenza di riformare lo Stato attraverso il Federalismo che ha rappresentato, al di là delle divisioni di parte e delle stesse divisioni artificiose rappresentate dai 19 Gruppi presenti al momento del voto finale sullo Statuto nel Consiglio Regionale della Lombardia (14 maggio 2008), un senso profondo ed accomunante per un autentico cambiamento della politica. Di certo, sotto il profilo dell’iniziativa politica e regionale, è stata determinante la risoluta scelta politica a favore di questa posizione da parte della Lega Lombarda – Lega Nord e del Presidente della Regione, Roberto Formigoni.

Una scelta operata da una maggioranza ampiamente autosufficiente che aveva conosciuto ed apprezzato Miglio e che sin dal mio discorso di accettazione della carica di Presidente del Consiglio Regionale volle aprire la “Fase costituente” con un confronto pieno, aperto e costruttivo tra tutte le componenti politiche rappresentate nel Consiglio.

Una apertura convinta ed operativa tanto che la “Commissione Speciale” appositamente costituita per l’elaborazione tecnica e sostanziale della “Proposta di Legge Statutaria ” [ossia lo “Statuto d’autonomia della Regione Lombardia”] è stata presieduta da un autorevole rappresentante della maggiore opposizione consiliare e nella Commissione tutti i Gruppi erano rappresentati con piena e pari dignità. Ritengo, quindi, che parlando di Federalismo come della proposta politica ed istituzionale più radicalmente riformatrice dell’attuale Stato in Italia non si possa che riconoscere unanimemente il grande merito di Umberto Bossi che è stato ed è lo stratega, tenace ed irriducibile, in questa grande battaglia di civiltà politica che è, purtroppo, ancora lontana dall’essere conclusa.

Ma Bossi è stato ed è tuttora anche il tattico intelligente e duttile che ha ispirato e sempre sostenuto, tra l’altro, questa strategia lombarda nei quasi due anni di totale immobilismo della maggioranza di Prodi in ordine all’attuazione della riforma costituzionale che gli stessi partiti dell’Unione avevano voluto e approvato nel 2001. L’insegnamento ancora perdurante di Gianfranco Miglio, la sua indimenticabile lezione di alto pensiero politico e di solida consapevolezza istituzionale ha operato, come ho già notato, in forme e modi diversi fornendo, in ogni caso, molte intuizioni e molte sollecitazioni culturali non solo ai combattenti per il Federalismo ma anche a quel più vasto ed attento settore dell’opinione pubblica che segue e valuta con serietà e impegno gli uomini, le idee e le azioni della politica. Questa influenza di Miglio in Lombardia è esistita ovviamente anche per coloro che hanno condiviso l’impegno riformatore della nostra Regione ed i cui risultati sono stati anticipatori di un proficuo confronto tra le forze politiche e realizzatori di una prima sintesi di netta impronta federalista nell’applicazione della Costituzione.

Il dato oggettivo che risulta da questa impervia ma riuscita esperienza nella maggiore Regione d’Italia dimostra che con fatti e comportamenti molto leali e positivi la Lombardia ha avuto il merito nazionale di avere dato all’intero Paese una compiuta e condivisa scelta in una materia tanto delicata e in un momento di gravissima crisi politica e costituzionale. Non va dimenticato che il Consiglio Regionale della Lombardia ha così operato e concluso all’indomani della mancata conferma referendaria nel giugno 2006 della riforma costituzionale – assai più ampia, articolata e completa rispetto a quella del 2001 – approvata dalla maggioranza nazionale di centro – destra nel novembre 2005.

La strategia lombarda si può, quindi, sintetizzare, sotto il profilo concettuale e politico-pratico, in questi termini: è pacifico che la Costituzione riformata nel 2001 è ormai definitiva da parecchio tempo e, quindi, deve essere subito attuata e si deve lavorare lealmente e concretamente allo scopo; se, però, non dovesse ora risultare possibile la sua piena attuazione in un tempo ragionevolmente breve, allora sarà necessario prendere presto atto che questa riforma è nei fatti inagibile a causa delle sue lacune ed ambiguità.

Un sogno o un fallimento, a seconda delle diverse visioni culturali e politiche, che sarà necessario archiviare per fare di nuovo in una prospettiva più seria, propositiva e risolutiva. Mi fa, in ogni caso, piacere costatare che il Consiglio Regionale della Lombardia, nella sua collegialità e con il concorso di tutte le diverse forze politiche in esso presenti, è stato in grado di svolgere e di concludere già quanto di sua competenza su questo delicato quanto fondamentale ordine di problemi. Tutto il resto ancora da fare – che è moltissimo ed a livello nazionale – appartiene ad una attualità politica che in materia di Federalismo è, fortunatamente, ritornata a dare segnali positivi e forti di ripresa seria e, almeno in parte, condivisa.
Torno allora per concludere a Miglio ad un altro aspetto assai importante della sua indimenticabile “Lezione”.

Il Professore alimentava le sue passioni intellettuali e civili, ma anche i suoi studi, attingendo molto spesso ai profondi valori della sua terra comasca e della sua gente lariana che lo stimava profondamente ed istintivamente e che ancora ne conserva un grato e positivo ricordo. Questo aspetto dell’opera e della personalità di Miglio non è affatto marginale o secondario e si manifestato molto chiaramente anche nei suoi numerosi studi sui problemi locali; ricerche cariche di contenuti elevati ed intelligenti, racchiuse in volumi sobri, da lui progettati e realizzati in splendide quanto semplici ed austere vesti grafiche e con un’iconografia suggestiva e molto accattivante.

Quando Carlo Cattaneo scrisse: “Uno Stato è una gente e una terra”, espresse con altri termini quello che oltre 150 anni dopo Gianfranco Miglio disse con parole diverse ma con lo stesso convincimento che rappresenta l’essenza etica e politica del Federalismo di ieri e di oggi così come sarà per quello di domani.

Testi tratti da

IL PENSIERO FEDERALISTA DI GIANFRANCO MIGLIO:
UNA LEZIONE DA RICORDARE

a cura di Luca Romano

Atti del Convegno di studi – Venezia 17 aprile 2009

Gianantonio Bevilacqua
Gianantonio Bevilacqua 238 altri articoli
Gianantonio Bevilacqua, giornalista pubblicista dal 1998 Ordine dei Giornalisti - Regione Lombardia. , Esperto di difesa e politica

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