Gianfranco Miglio visto da Lorenzo Ornaghi

Lorenzo Ornaghi ai tempi di questa scrittura su Gianfranco Miglio era rettore dell’Università Cattolica di Milano. Pochi anni dopo avrebbe anche ricoperto il ruolo di Ministro dei Beni e delle Attività Culturali nel Governo Monti. E’ un esperto di politica e delle istituzioni europee. Non si può quindi considerare un federalista ma ma sua opinione competente su Miglio vi stupirà anche se per alcuni le tematiche toccate da Ornaghi potranno risultare particolarmente complesse.

Federalismo ‘interno’ e federalismo ‘intercomunitario’ nello sviluppo della teoria politica di Gianfranco Miglio

Il titolo che ho scelto per questa relazione può risultare troppo denso, e magari un po’ criptico. Gli elementi che lo compongono sono tre: federalismo interno, federalismo intercomunitario, sviluppo della teoria politica di Miglio. Allo scopo di cercare di chiarire subito il titolo e il senso della mia relazione, mi soffermo brevemente su ciascuno di questi elementi.

Il federalismo interno è probabilmente l’aspetto che può essere inteso con maggiore immediatezza: esso indica infatti il federalismo dentro una sintesi politica, ossia – per restare alla sintesi politica che dagli albori dell’età moderna signoreggia la storia dell’Europa, prima, e, poi, del mondo intero – dentro lo Stato. Proprio perché lo Stato, più di altre sintesi politiche che lo hanno preceduto, tende all’unità (o al ‘mito’ dell’unità) verticizzandosi e centralizzandosi, il federalismo interno rappresenta, per Miglio, soprattutto il limite al potere assoluto dello Stato e l’argine più solido nei confronti delle sue ricorrenti invasioni nei campi dell’economia e della società.
Un’articolazione federalista dello Stato moderno, però, non è l’unica specificazione del federalismo. Esiste anche – più complesso da definire, e tuttavia affiorante di continuo nelle vicende storiche pur in differenti forme – il federalismo intercomunitario.

Benché Gianfranco Miglio sentisse il termine ‘comunità’ come usurato e facilmente ideologizzabile (per questo motivo preferì tenere sempre ferma la definizione di comunità formulata da Ferdinand Tönnies, in contrapposizione a quella di società), egli riteneva appropriato il termine ‘intercomunitario’. È un termine già presente nella sua tesi di laurea. Lo riprende, lo spiega e lo utilizza a più riprese nel suo primo volume, scritto all’età di ventiquattro anni nel 1942 e ristampato in queste settimane da Aragno . Miglio – formatosi alla scuola del grande giurista Giorgio Balladore Pallieri – prende a prestito il termine dagli storici del diritto e, in particolare, dall’opera di Bruno Paradisi. Ma ‘intercomunitario’ – come Miglio stesso chiarirà a conclusione della sua carriera accademica, durante i seminari di «Politica e relazioni internazionali» – non equivale a ‘internazionale’: le comunità e la loro rete di relazioni possono essere interne alla nazione, o invece scavalcarla e sovrastarla.


Infine – ultimo elemento del titolo – ripercorrere seppur a grandi linee lo svolgimento della teoria politica di Miglio permette di constatare non solo in quale modo il tema del federalismo sia già ben delineato nel giovane Miglio, ma anche come e perché l’approfondimento di un tale tema costituisca uno dei principali fattori di spinta e innovazione della teoria politica migliana. Dell’itinerario del federalismo di Miglio – quale percorso di studi del tutto particolare e originale – indicherò nella mia relazione tre periodi fondamentali.


Ma, innanzitutto, percorso verso quali mete e attorno a quali grandi temi? Massimo Cacciari, con il suo intervento, ne ha già indicato con precisione uno: lo Stato. Sin dai primi lavori di Miglio, lo Stato è certamente – insieme con la politica e la conoscenza scientifica di quest’ultima – il pilastro della ricerca migliana, anche se Miglio stesso, nella fase ultima dei suoi studi, cominciò non solo a prendere le distanze dalle rappresentazioni e dai modelli ormai più consolidati di Stato, ma anche a problematizzarne (e forse a relativizzarne) il ruolo storico. Lo Stato, creatura specifica dell’Europa, è lo Stato ‘moderno’.

Inconfondibile rispetto alle sintesi politiche precedenti e con ogni probabilità irripetibile proprio in forza dei suoi elementi genetici, esso cresce con la ‘modernità’ dell’Europa. Al tempo stesso produce, e da una posizione non certamente di second’ordine, tale modernità. Nella parabola dello Stato moderno – ecco un altro grande tema della ricerca di Miglio – il federalismo non risulta affatto una forma di ‘anti-politica’, bensì incarna – ‘politicamente’, appunto – la tendenza sempre viva nella storia europea a contrastare e superare ogni forma di ‘Stato assoluto’. In connessione diretta con questa tendenza, inoltre, Miglio ha attribuito grandissima rilevanza al tema del territorio, definendolo e considerandolo in rapporto ai valori, agli interessi e alla storia della comunità che da tempo insiste su di esso, fino a identificarsene o a sentirlo come suo.

La giovanile esperienza del «Cisalpino»

L’itinerario federalista di Miglio incomincia molto presto. A spiegarne le ragioni e le prime modalità è l’autore stesso. Lo fa in quelle belle pagine delle Considerazioni retrospettive, che egli antepone alla raccolta dei suoi scritti scientifici del 198888: Le regolarità della politica. Queste pagine di autobiografia intellettuale, accademico-scientifica e anche in qualche passaggio del tutto personale, proprio perché scritte di getto e in maniera molto sincera spiegano l’origine del giovanile interesse dello studioso comasco per il federalismo.

Scrive Miglio: «Nell’aderire alla restaurazione post-bellica dell’ordinamento rappresentativo-elettivo in Italia, mi ero particolarmente interessato alla questione delle “libertà locali”; anzi, durante la resistenza clandestina, avevo aderito al movimento dei federalisti ‘interni’, fondato da cattolici lombardi, e che poi si espresse nel “Cisalpino”. La proposta di dare allo Stato nazionale un assetto ‘federale’, era quanto di più ragionevole si potesse concepire, e, se fosse stata accolta, la maggior parte dei problemi che angustiano oggi gli Italiani, non esisterebbe.

Alla Costituente prevalsero invece il modello unitario, e la convinzione che sarebbe stato sufficiente adottare per lo Stato una struttura “regionale”. In mancanza di meglio (sospinto da un forte attaccamento alla terra lombarda, e dalla approfondita conoscenza della tradizione anti-statalista e ‘localistica’ di stampo cattolico), mi schierai con i “regionalisti”, cercando di spiegare le carenze e le contraddizioni irrisolte del Titolo V della Carta, e di chiarire con quali accorgimenti, politici e giuridici, si sarebbe potuto far funzionare questa parte del nuovo ordinamento» .

Poco dopo, significativamente aggiunge di essersi reso conto «che la “amministrazione” non era affatto la parte subordinata, secondaria e servente, rispetto ai ‘rami alti’, dell’ordinamento: era, al contrario, il campo dove si giocava l’effettuale partita del potere, e dove miti come quelli della “libertà locale” e dei cittadini che si “autogovernano”, erano destinati a rimanere stritolati» .

La rivista «Cisalpino» è oggi quasi del tutto dimenticata . La sua vita fu brevissima: si consuma tra l’aprile e il dicembre del 1945. Direttore è Tommaso Zerbi, poi membro della Costituente, parlamentare, uomo di governo, e già allora docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Chi leggesse oggi gli articoli del «Cisalpino» vi troverebbe convinzioni e tesi che non infondatamente potrebbero apparire ‘proto-leghiste’. O, meglio, quando venissero interpretate alla luce dell’esistenza di una specifica ‘cultura politica’ lombarda, le posizioni del gruppo del «Cisalpino» risulterebbero non solo testimonianza di una tradizione mai spentasi completamente, ma anche una sorta di incunabolo del federalismo politico che si ripresenta dagli anni Ottanta in poi. Bastino alcuni titoli di articoli apparsi sulla rivista: Il superamento della Patria romantico-nazionalista, Federalismo e lavoro, Verso sintesi politiche nuove?, I “Cisalpini” non sono dei razzisti.

I giovani collaboratori della rivista, in buona parte aderenti alla DC lombarda anche se con posizioni eterodosse, nei loro articoli delineano un federalismo che, se resta fieramente antistatalista nelle sue premesse, è in realtà orientato soprattutto a dar vita a una nuova e diversa «sintesi politica». La volontà di costruire istituzioni, che rendano la politica il più possibile corrispondente e funzionale all’economia, sorregge un tale federalismo. Di cui il cantone, anziché la vecchia regione dello Stato unitario, è l’architrave.

Tommaso Zerbi, in un articolo intitolato significativamente Cantoni, non Regioni e apparso sul primo numero della rivista, scrive: «[l]a regione è un’unità con sicuro fondamento nella storia e nelle tradizioni – sottolineano i regionalisti. Ma siffatta affermazione – almeno per la Valpadana – è un ritrito luogo comune, senz’alcun fondamento né storico, né geofisico, né economico. […] In realtà la ripartizione dell’Italia nelle attuali 18 regioni venne proposta da Pietro Maestri – l’ostaggio delle cinque giornate – e fu accolta per la prima volta nelle pubblicazioni ufficiali del regno solo nel 1863: conta meno di un secolo; un’inerzia per un popolo che vanta millenni di storia. Noi siamo nettamente contrari al regionalismo “storico”.

Esso segnerebbe un regresso nella nostra educazione politica, perché riattizzerebbe fatalmente residui motivi campanilistici più di quanto riuscirebbe a addestrare le nostre masse alla responsabilità dell’autogoverno, ossia alla vera democrazia» . Il modello a cui il «Cisalpino» guarda è invece quello cantonale. E i suoi collaboratori già propongono una suddivisione del territorio nazionale in cinque o sei grandi cantoni, in grado – ecco l’altro tema che, anni dopo, si rivelerà fondamentale nella riflessione migliana – di rappresentare e governare ampie aree territoriali, raccolte attorno a interessi omogenei. Una tale articolazione federale, se da un lato può bloccare e invertire i processi di crescente dilatazione della burocrazia parassitaria e del clientelismo, dall’altro corrisponde alla necessità di garantire e promuovere il più possibile le libertà locali e, in particolare, la libera iniziativa economica.
Una seconda citazione può chiarire ulteriormente quali siano stati l’orizzonte ideale e il programma politico-costituzionale del «Cisalpino».

Nell’articolo Perché siamo Repubblicani e Federalisti del 12 agosto 1945, sempre Zerbi così argomenta: «[i]l nostro ideale repubblicano è invece gran cosa in quanto vuol essere superamento integrale della struttura politica che grava da ottant’anni sul nostro Paese, in quanto vuol essere attuazione rimeditata, aggiornata e razionalizzata di quella stessa comunità politica federativa cui aspirarono i più puri campioni del nostro primo risorgimento. La democrazia vera, ossia il consapevole autogoverno del popolo, non è praticamente attuabile in Italia se non nel quadro di collegamenti federali di vasti spazi geografici, omogenei dal punto di vista etnico ed economico ed autonomi non soltanto sul piano strettamente amministrativo, ma pur anche su certi problemi politici» .


Della sua giovanile adesione e collaborazione alla rivista, Miglio conservò alcune idee forti, che riprese e sviluppò in anni successivi. Una l’ho già anticipata, ed è quella delle ‘macro-regioni’, sulla quale egli tornerà dalla fine degli anni Sessanta in poi. La seconda idea riguarda la crescente importanza e necessità della corrispondenza funzionale tra istituzioni politiche e sistema economico-produttivo, pena altrimenti la dilatazione irrefrenabile del clientelismo, insieme con la moltiplicazione patologica delle rendite politiche.

Il terzo convincimento, che resterà saldo in tutta la successiva ricerca migliana, è quello della crescente inadeguatezza delle regioni, così come erano state disegnate da Pietro Maestri e Cesare Correnti.
Nondimeno, rispetto a uno Stato sempre più accentrato e accentratore, le regioni potevano rappresentare un male minore. «In mancanza di meglio» – come egli scrisse nelle Considerazioni retrospettive, in un passaggio che ho ricordato all’inizio – Miglio continua a far parte del gruppo dei regionalisti. Un gruppo dapprima ristretto, e poi, dalla fine degli anni Sessanta in avanti, sempre più folto. Anche dentro questo esercito che rapidamente si ingrossava, tuttavia, Miglio mantenne una posizione critica e indipendente, mai gregaria.

Il regionalismo, in mancanza di meglio

Gli anni che precedono l’attuazione dell’ordinamento regionale, disegnato dalla Costituzione repubblicana, sono accompagnati e quasi preparati, a Milano, da due neonate istituzioni: l’ISAP (Istituto per la scienza dell’amministrazione pubblica) e la FISA (Fondazione italiana per la storia amministrativa), di cui Miglio assume la direzione dopo essersi staccato dalla prima. Lo studioso comasco intreccia sempre più il suo interesse per la regione, come governo e rappresentanza di un territorio, con quello per l’amministrazione, ossia per quel campo dove a suo giudizio si era storicamente giocata e ancora si giocava «l’effettuale partita del potere». Nei confronti sia dell’idea di regione (e della sua ormai incombente realtà), sia del ruolo dell’amministrazione (e della concretezza, o – per dir così – della ‘materialità’ di quest’ultima) non tanto come strumento privilegiato di una politica ideale, quanto e soprattutto come esercizio e produzione di attività politica, il regionalismo di Gianfranco Miglio si divaricò da quello dell’amico, collaboratore e poi anche antagonista intellettuale, Feliciano Benvenuti. Come Miglio più volte si trovò ironicamente a osservare, il regionalismo di Benvenuti e dei suoi allievi era troppo simile a un sistema di scatole cinesi, che, moltiplicando organi e procedure, e (soprattutto) dilatando il ceto politico regionale come mera articolazione di quello nazionale, avrebbe finito con il replicare tutti i vizi del centralismo statale.


Per Miglio, più che l’apparente simmetria dell’involucro istituzionale delle regioni, era da perseguire un nuovo nesso tra le istituzioni regionali e l’effettiva capacità di governo-rappresentanza del territorio. Proprio a questo punto ritorna il tema della ‘pluri-regione’, che già era affiorato sulle pagine del «Cisalpino». Pur accettando la realtà politico-istituzionale delle regioni nei termini in cui esse cominciano a venire attuate e ad operare, Miglio è sempre più persuaso che il loro futuro debba essere pensato e organizzato immaginando aree territoriali più vaste ed economicamente più omogenee, in grado di scavalcare le artificiose delimitazioni ottocentesche imposte da Maestri.

Il regionalismo di Miglio comincia a spostarsi rapidamente verso un federalismo incentrato sulle macro-regioni, e insieme con esse – conta ricordarlo – sulle grandi metropoli . L’idea di macro-regione (della Padania, in particolare, sulla quale si appunteranno gli strali e talvolta le grevi ironie dei primi oppositori) possiede una sua ‘materialità’. Una macro-regione va infatti individuata in base ai suoi interessi e alle sue forze sociali; va soprattutto considerata in rapporto non solo alla realtà attuale, ma anche alle potenzialità del suo complesso economico-produttivo. Perché però una macro-regione possa davvero essere riconosciuta come tale, diventando l’elemento fondante e costitutivo di un sistema federale, è indispensabile che essa riesca a disporre di un proprio ceto politico.

Un ceto politico (l’attenzione di Miglio era sempre stata attratta, nella scia di Rudolf von Gneist, dal tipo storico di self-government inglese) che, non considerando la propria posizione come gradino basso della struttura scalare del potere statale, eserciti realmente una riconoscibile e affidabile funzione di governo del territorio.
Nel progettare quali istituzioni politiche siano più adatte non solo al governo, ma anche alla rappresentanza del territorio dentro e, al tempo stesso, oltre lo Stato, Miglio ricorre con dovizia e competenza al patrimonio accumulato in anni di ricerche comparate (e ‘tipologiche’) sulle istituzioni dello Stato moderno, sui sistemi cetuali prima della Rivoluzione francese e sulle costituzioni scritte dalla Rivoluzione in poi, sull’amministrazione.

È un ‘progettista’ ardito, non di rado spericolato. Del tutto consapevole, però, che, ben più del disegno razionale e armonico immaginato e tratteggiato dalla testa e dalle mani di qualche intelligenza singolare, ciò che nelle istituzioni maggiormente conta è la capacità di durata, e che questa – non sempre, anche se il più delle volte – dipende dalla loro affidabilità quale strumento di soddisfacimento non solo di bisogni e aspettative attuali, ma anche di tutte le necessità che una comunità pensa o teme potranno più o meno improvvisamente sorgere nel futuro. E una tale affidabilità (quella effettiva, insieme con quella percepita o reputata da chi è rappresentato e governato), se pure riposa anche sulla bontà del disegno originario, non può mai prescindere dalle qualità positive o dai vizi di coloro che per il tramite delle istituzioni esercitano il potere e, personificandole, contribuiscono in modo essenziale a protrarne o invece renderne più precaria e breve la vita.


Il tema delle ‘istituzioni’ è centrale in Miglio, non meno di quanto lo sia stato il suo continuo assillo di studioso a considerare la ‘classe politica’ (e, all’interno di questa, l’‘équipe di governo’) nella fisicità dei componenti e nella materialità delle posizioni di potere da mantenere o conquistare. Bisognerebbe davvero riconsiderare l’importanza di un tale tema nello sviluppo della teoria politica migliana, così da comprendere a fondo non solo quanto la ‘storia delle istituzioni’ si sia intrecciata (nella produzione scientifica e nell’insegnamento) con la ‘storia delle dottrine politiche ’e la ‘scienza politica’, ma anche in qual modo essa contrassegni potentemente (e inimitabilmente, rispetto ai correnti progetti di riforme costituzionali) il cosiddetto ‘costituzionalismo’ di Gianfranco Miglio.

Nella seconda fase del suo federalismo, tuttavia, l’interesse per le istituzioni politiche è soprattutto attratto dalle loro funzioni rispetto al mercato e al sistema economico. A partire dalla realtà del caso italiano, incomincia così a emergere già con piena evidenza la questione della ‘corrispondenza funzionale’ tra politica ed economia: una corrispondenza storicamente mutevole, perché contraddistinta e scandita dall’alterna vicenda della relazione che originariamente lega l’‘obbligazione politica’ al ‘contratto-scambio’ e, conseguentemente, del differente rapporto con cui la prima area si proporziona all’altra, limitandosi o invece estendendosi e invadendola.


Se si volesse definire l’arco temporale di questo secondo periodo del federalismo di Miglio, il termine a quo potrebbe essere rappresentato dalla celeberrima e contestatissima prolusione dell’anno accademico, pronunciata l’8 dicembre 1964 all’Università Cattolica del Sacro Cuore , mentre il termine ad quem va collocato poco più di dieci anni dopo, nel 1976, quando egli riesce a farsi pubblicare sulla principale rivista politologica italiana il saggio Le trasformazioni dell’attuale sistema economico (un saggio piuttosto eccentrico rispetto ai contenuti e agli stili, già allora quasi compiutamente affermatisi, della scienza politica accademica). Nella Prolusione, intitolata Le trasformazioni dell’attuale regime politico, Miglio registra la folla di segnali che, a suo giudizio, preavvertono dell’imminente e inevitabile tracollo della classe politica democristiana quale perno dell’intero sistema politico-partitico, osservando nel contempo i cambiamenti piccoli e grandi delle istituzioni politiche dello Stato di diritto: l’ultimo quarto del secolo ventesimo – questa la sua considerazione conclusiva – sarebbe stato ovunque contrassegnato dalla costituzione di «oligarchie senza eguali per stabilità ed estensione di dominio»10.


Nel saggio del 1976, l’attenzione di Miglio si concentra invece su ciò che sembra irresistibilmente spingere l’Italia verso forme di un sistema politico-economico che, burocratizzato e parassitario, è sempre più simile ai regimi collettivistici del blocco comunista.

Lo Stato-Moloch, nella sua versione sovietica, non è soltanto o semplicemente una scheggia impazzita dello sviluppo ultimo delle sintesi statali; così come le tentazioni del totalitarismo non sono ignote o estranee allo Stato moderno. D’altro canto, se le burocratizzate oligarchie – il cui progressivo consolidarsi, anche in Italia, Miglio aveva già profilato nella Prolusione del 1976 – vengono a costituire un ulteriore punto di convergenza tra i regimi dell’Ovest e quelli dell’Est, ciò che soprattutto colpisce l’interesse di Miglio è il vertiginoso infittirsi, nell’area sempre più stagnante fra Stato e mercato, della rete di rendite politiche e dei rapporti clientelari.

Proprio qui si manifesta la causa di quella che allo studioso sembrerà la preoccupante patologia del nostro sistema politico-economico: vale a dire, la pericolosa sproporzione fra coloro che aspirano a rendite o posizioni politiche e l’effettiva ‘sostenibilità’ di tali posti e rendite, con l’inevitabile conseguenza di un crescente drenaggio, attraverso le tante manichette statali, delle risorse di mercato necessarie a sostentare (o almeno puntellare) l’incontenibile espansione dell’area politica.
Accanto alla necessità ‘politico-costituzionale’ del federalismo, comincia così a configurarsi l’urgenza del federalismo ‘economico’, quale difesa della libertà d’iniziativa nel campo del contratto-scambio. L’una e l’altra, a Miglio, appariranno tanto più rilevanti, quanto più si andrà estendendo e potenziando la dimensione internazionale dentro le dinamiche della politica e dell’economia contemporanea.

Il modello anseatico

Il terzo e più noto periodo del federalismo di Miglio si rivela, dispiegando larghi effetti anche sui mezzi di comunicazione, quando egli si accosta rapidamente (e, a giudizio di qualcuno, inopinatamente) al movimento della Lega Nord e ne diventa in breve tempo uno dei protagonisti.

I principali aspetti del federalismo, già espliciti nelle due fasi precedenti, ora si chiariscono ulteriormente e, coordinandosi l’uno con l’altro, vengono quasi a comporre un ‘sistema’. Una prima serie di questi aspetti è relativa, ancora una volta, al federalismo interno. Agli inizi degli anni Ottanta, Gianfranco Miglio – insieme con il «Gruppo di Milano» – aveva già posto mano al disegno di una riforma ‘politico-costituzionale’13. Una riforma complessiva e complessa, illuminata e anche – verrebbe oggi da aggiungere – un po’ illuministicamente utopica, considerata la realtà del Paese. Il progetto di riforma si sviluppava assecondando la propria ferrea ratio interna. E Miglio era ben consapevole – come, del resto, continuamente e amichevolmente gli obiettava Nicola Matteucci – che una tale riforma era troppo simile a una sorta di ‘rivoluzione’, e che, proprio per questo motivo, essa abbisognava non solo di un ‘potere costituente’, ma anche e soprattutto di un diverso ceto politico da cui questo potere costituente potesse essere personificato.

Dal suo ideatore, il progetto venne anticipato a qualcuno dei leader politici del momento, oltre che ai loro più stretti aiutanti intellettuali. Oggi, però, più dei possibili effetti che tali contatti e colloqui ebbero sui successivi dibattiti politici e parlamentari, conta forse rilevare che quel disegno di riforma costituisce un prezioso serbatoio a cui tuttora attingere, un impareggiabile deposito di quelle conoscenze delle istituzioni e dei meccanismi costituzionali, che Miglio aveva accumulato nell’arco di decenni.

Nello stendere il progetto, lo studioso comasco si avvede ulteriormente che il progressivo svilimento del sistema politico-istituzionale italiano altro non è se non il riflesso ingigantito, anche se inquietante, delle trasformazioni della moderna sintesi statale e dell’inarrestabile conclusione a cui è ormai da tempo avviato lo Stato. In questa prospettiva, il federalismo interno va allora inteso come un altro modo dello Stato moderno e delle sue principali istituzioni di governo, rappresentanza, amministrazione. È un modo non troppo differente dalla comunità politica, a cui Johannes Althusius aveva dedicato la sua riflessione agli inizi del Seicento: una comunità politica articolata in consociazioni, costruita su foedera, vivente di quello che oggi chiameremmo il principio di sussidiarietà.


Ma il punto in cui le trasformazioni della moderna sintesi statale sembrano approssimarsi celermente alla loro inevitabile conclusione, non per caso coincide con quello di un’integrazione non più soltanto economica, ma anche e soprattutto politico-istituzionale, dell’Europa. Il federalismo intercomunitario, possibile anche dentro uno Stato-nazione, diventa per Miglio l’unica, realistica possibilità di un’Europa politicamente ‘una’, perché non frammentata. Egli tiene ancora una volta ben ferma la sua convinzione sul fatto che una nuova sintesi politica – nella fattispecie, quella europea – non può che nascere da un rapporto di ‘inclusione-esclusione’, dalla presenza di un nemico. Anzi, a suo giudizio, ogni ipotesi di giungere a una qualche forma di Europa (autenticamente) politica è falsificata in partenza dalla ‘regolarità’ storica per cui le comunità politiche, geneticamente sorte come tali mediante il conflitto dell’una con l’altra, non riescono mai a comporsi in una superiore unità politica.

Ai pur differenti tipi di Stati-nazione dell’Europa, il precedente delle città-stato dell’antica Grecia avrebbe dovuto consigliare, secondo Miglio, una realistica prudenza. Per l’Europa era possibile solamente un federalismo intercomunitario, inteso e realizzato come un federalismo di popoli. E il suo collante più solido – di nuovo qui ritorna la lezione di Althusius, insieme con l’esperienza storica della Lega anseatica – non può che essere economico-mercantile.


Rispetto al processo di integrazione politico-costituzionale europeo, nei termini in cui i maggiori Stati e frazioni ristrette dei ceti politici nazionali lo stanno perseguendo e realizzando, lo scetticismo di Miglio è totale. E lo è, ancora una volta, non solo sulla base delle ‘regolarità’ della storia e della politica, ma anche e soprattutto in difesa di una forma di convivenza stabilmente organizzata tra i popoli europei, la quale sia davvero rispettosa dei diritti e delle concrete libertà – i cui archetipi già si trovano negli iura et libertates dell’età medioevale – di individui e popoli.

Una breve conclusione

Proprio perché il federalismo – quello interno e quello, ben più complesso, intercomunitario – non si identifica con l’ingegneristico aggiustamento delle istituzioni statali, né si esaurisce con l’inutile tentativo di rallentare il declino dello Stato moderno, la sua natura genuinamente politica è ciò che a Miglio maggiormente interessa. Ha del tutto ragione Massimo Cacciari: per Miglio, il federalismo è la forma ‘forte’ della politica, forse l’unica forma forte oggi possibile, anche (e proprio) perché i suoi contenuti sono altamente ‘istituzionali’. Esso consente di recuperare ciò che, magari sotterraneamente, è sempre stato presente nella storia dell’Europa; nel medesimo tempo, definisce quella ‘visione’ sull’immediato futuro che è necessaria per capire e orientare – nei limiti, almeno, delle umane possibilità – i cambiamenti in corso.


In questo senso, risulta difficile e poco utile tracciare una linea netta (o addirittura produrre una separazione) tra le concezioni federalistiche, che in Miglio sono derivate dai suoi studi più giovanili e dalle sue ultime ricerche, e quelle prospettive di ‘federalismi’, divenute a lui più chiare proprio in forza della sua azione politica. Il comporsi delle une con le altre è, probabilmente, l’aspetto su cui appuntare maggiormente l’attenzione, non solo per cogliere la specificità del federalismo migliano, ma anche per comprendere più correttamente, attraverso quest’ultimo, alcune vicende e scansioni rilevanti della storia italiana in questi ultimi decenni.


Il ricordo e il recupero della lezione di Miglio portano dunque con sé, simultaneamente, un valore culturale e politico. L’aver promosso e organizzato questa mattinata di riflessioni e testimonianze è titolo di merito del Consiglio regionale del Veneto e del suo presidente Marino Finozzi, ai quali va manifestato un sincero sentimento di riconoscenza.

Testi tratti da

IL PENSIERO FEDERALISTA DI GIANFRANCO MIGLIO:
UNA LEZIONE DA RICORDARE

a cura di Luca Romano

Atti del Convegno di studi – Venezia 17 aprile 2009

Gianantonio Bevilacqua
Gianantonio Bevilacqua 238 altri articoli
Gianantonio Bevilacqua, giornalista pubblicista dal 1998 Ordine dei Giornalisti - Regione Lombardia. , Esperto di difesa e politica

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