Roma val bene l’Autonomia ovvero storia breve di come l’Urbe abbia sedotto l’autonomismo padano.

Ad un titolo volutamente faceto fa da contraltare un tema serio ma scarsamente dibattuto nel mondo autonomista padano: la convenienza (o meno) della rappresentanza autonomista all’interno del Parlamento italiano. Va specificato che oggetto questa mia breve analisi sono i partiti autonomisti, sottolineo padani, lasciando ad altri eventuali considerazioni circa il mondo autonomista in quelle regioni che già lo Stato Italiano considera a Statuto Speciale.

Percorrendo brevemente la storia dell’autonomismo padano, i primi rappresentanti di un nuovo pensiero politico in un Nord Italia sino ad allora strettamente controllato dalla Democrazia Cristiana, risale al 1983 quando alle politiche del 26 Giugno venivano eletti, in quota alla Liga Veneta, rispettivamente a Camera e Senato, l’Onorevole Achille Tramarin ed il Senatore Girardi Graziano. Un piccolo risultato, dovette sembrare ad occhi inesperti, ma che lasciava già presagire quello che molti anni dopo sarebbe stato lo sconquasso al sistema partitico causato dal cosiddetto “fenomeno delle Leghe”. Due parlamentari di una forza autonomista padana erano approdati per la prima volta nel Parlamento italiano. Stesso risultato replicato alle politiche del 1987 da quello che nel frattempo era diventato il primo partito autonomista padano in termini di numeri, la Lega Lombarda di Umberto Bossi. Ad essere eletti furono lo stesso Umberto Bossi e l’Architetto Giuseppe Leoni.

Da qui in poi la storia è più o meno nota. Le Leghe si riuniscono (Veneta, Lombarda e non solo) nel 1991 in unica forza politica, la Lega Nord guidata da Umberto Bossi che corre da sola alle politiche del 1992 e, cavalcando il malcontento popolare, si pone come alternativa al decrepito sistema partitico che dal dopo guerra si spartiva il potere in Italia, portando in Parlamento ben 55 Deputati e 25 Senatori. E’ forse il momento di massimo splendore della (fu) Lega Nord, non tanto in termini di consensi elettorali (destinati ad aumentare ancora di parecchio) ma quanto ad impatto politico e mediatico sul sistema paese. Era un partito giovane, pacificamente rivoluzionario, riformista e concentrato in un territorio, il Nord, che tanto aveva dato in termini economici al paese intero ma che mai prima di allora si era seriamente interessato di politica preferendo delegare (al Sud).

La carica “anarchica” si esaurì in fretta. Ecco allora arrivare il primo (brevissimo) Governo Berlusconi nel 1994. Esperienza finita male alla quale seguì l’ostracismo delle altre forze politiche che corrispose con la fase secessionista della Lega Nord fino alle Elezioni Regionali del 2000 e il ritorno al governo del Paese nel 2001.

La storia diventa cronaca e vent’anni scorrono in fretta tra proposte bocciate di devoluzione di competenze per le regioni del Nord (sul mutuato modello Scozzese), pseudo Ministeri spostati (fisicamente) in sedi fantasma da Roma a Monza (senza che nulla abbia minimamente modificato le storture del sistema che rimane accentrato anzi accentratissimo) ed il mancato federalismo fiscale, stroncato sul nascere dalla caduta del quarto ed ultimo tragico Governo Berlusconi nel 2011.

L’excursus storico termina inevitabilmente con il Congresso del 2013 che elegge a Segretario Federale Matteo Salvini. Congresso che segna nei fatti la fine della Lega (partito del) Nord e sancisce la nascita della Lega (partito) nazionale.

Negli ultimi sette anni il Nord è rimasto senza alcuna forza politica a rappresentarlo, anche solo formalmente, all’interno del Parlamento italiano. Gli eventi che si sono succeduti e l’incapacità dei vari Governi di dare risposta alle richieste di riforma di un Settentrione sempre più solo e in difficoltà verso i tanti competitors internazionali, fanno propendere per il ritorno in un futuro non troppo lontano di un “partito nordista”. Senza il necessario sostegno di una forza politica concentrata al Nord infatti, nemmeno i milioni di voti pro autonomia espressi in Lombardia e Veneto sono riusciti a scuotere minimamente le coscienze centraliste dello Stato Italiano.

Dal nulla attuale la necessità di alcune riflessioni, per un futuro prossimo, che dovranno necessariamente far pensare chi si prenderà carico di portare avanti politicamente la “Questione Settentrionale”. Dal 1991 al 2011 nonostante gli sforzi, le battaglie politiche, i governi sostenuti e fatti cadere, ed i tentavi referendari, nessun risultato concreto è stato raggiunto. La scelta di far eleggere propri rappresentanti al Parlamento italiano, giustificata dalla teoria (sempre attuale) che non esista vita al di fuori delle Camere, ha finito con l’inficiare la bontà del progetto autonomista. Partiti, proprio come più recentemente gli eletti del Movimento 5 Stelle, per aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, i Parlamentari autonomisti che si sono succediti hanno finito per trovarsi a loro agio (e non poco) nell’Urbe fino ad arrivare a rinnegare origini e scopo nella Lega Salvini Premier.

Se in termini di risultati fattivi (e non elettorali) “la calata dei Barbari” si è trasformata in una occupazione/sostituzione del potere romano, è evidente che questo tipo di rappresentanza non porta e non porterà nulla ai territori del Nord. Inutile allora impegnare elettori, risorse ed idee in battaglie destinate solo, tutt’al più, a migliorare la vita ad uno sparuto numero di cittadini del Nord; gli eletti stessi.

Meglio forse allora reinventare l’autonomismo padano e pensare seriamente che il livello più confacente a qualsiasi progetto è, quantomeno in una fase di ricostruzione, quello locale. Comuni e Regioni (e magari le ripristinate Province) devono essere gli enti oggetto di interesse di una nuova stagione autonomista.

L’impegno politico così vicino al territorio consentirebbe ad elettori e dirigenti delle forze autonomiste di mantenere un costante controllo sull’operato sugli eletti. Il maggior controllo sugli eletti e la mancanza di prospettive governative nazionali, permetterebbero di mantenere sempre alta l’attenzione verso lo “scopo sociale” del partito: il raggiungimento e la preservazione dell’autonomia coniugata in tutte le sue mille sfaccettature. L’esperienza di questi decenni ci dice che qualsia progetto che tenti di guardare al contempo a Roma e ai territori è destinato a fallire. A vincere e sempre e solo Roma.

A prospettare la possibilità di non presentare propri candidati alle elezioni politiche per concentrarsi sui soli territori, fu nel 2012 l’ex Governatore della Lombardia Roberto Maroni. Come è andata finire lo sappiamo bene, da Roma Ladrona a Roma Padrona è un attimo.

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Marco Prandini 7 altri articoli
Autore per NordNotizie

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