Lingua e Identità, binomio inscindibile

di Alberto Rivolta – Associazione La Fara

La lingua, non solo un semplice mezzo di comunicazione

Il ruolo della lingua di un popolo, che nasce quale sistema determinato e codificato di suoni attraverso cui una persona comunica con altre appartenenti alla stessa comunità linguistica, non può essere ridotto a quello di mero mezzo e strumento di interazione fra singoli soggetti, perché essa diviene forma di espressione del soggetto stesso, sia a livello individuale che collettivo.

Innanzi tutto, come strumento attraverso cui ogni individuo afferma in primis sé stesso. Il modo in cui ognuno di noi si esprime “parla” prima di ogni altra cosa di noi stessi e ci pone e rappresenta agli altri. L’idioma strettamente personale, che è diverso per ciascuno di noi, è pertanto fra le primissime modalità in cui l’individuo si afferma nell’ambiente antropico che lo circonda.

In secondo luogo, la lingua usata da un insieme di individui è affermazione della collettività stessa e primaria fonte di riconoscimento, insieme ad altri fattori, di appartenere alla medesima comunità. L’auto riconoscimento collettivo attraverso la lingua, che parte dal singolo individuo e arriva all’intera comunità, costituisce elemento fondante dell’affermazione dell’identità collettiva e condivisa, e pluribus unum, ossia il principio che sta alla base di ogni concetto di popolo, comunità, nazione,

La lingua pertanto travalica i confini del mero mezzo strumentale per fini comunicativi per divenire elemento e fattore primario di identificazione e di identità personale e collettiva.

Lingua e appartenenza nazionale – L’esempio basco

Il popolo basco costituisce una singolarità sotto diversi profili, anche e forse soprattutto a livello linguistico: la lingua basca ha origini che permangono a tutt’oggi criptiche ed ufficialmente sconosciute, non appartenendo al ramo linguistico indo-europeo, unico caso nell’Europa occidentale.

Oltre a ciò, vi è una particolarità specifica che è molto significativa del ruolo della lingua nell’autoidentificazione nazionale basca: il termine utilizzato in lingua madre per individuare un Basco è Euskaldun. Il significato etimologico di tale vocabolo, derivante dall’unione della parola euskara (la lingua basca) e del suffisso possessivo -dun, è letteralmente “colui che parla la lingua basca”.

Se per noi, come per gran parte dei popoli d’Europa, dire “Lombardo” individua in primis chi risiede in Lombardia, o chi ha origini lombarde, etniche, culturali, sociali, in Euskal Herria è Basco colui che parla la lingua Basca. A prescindere da dove egli risieda o da dove provenga. Basco è chi basco parla.

Questo esempio è altamente significativo di come un popolo, quello basco, ponga l’elemento linguistico in primo piano rispetto a ogni altro fattore identitario (residenziale, storico, culturale, etnico, sociale, antropologico).

                Fra le numerose altre attestazioni che affermano il legame inscindibile fra l’appartenenza a un popolo e la propria lingua madre, è doveroso riportare, unus pro-omnibus, quanto dichiarò lo scrittore portoghese Fernando Pessoa: “Minha pátria é a língua portuguesa”, “la mia patria è la lingua portoghese”.

Gli attacchi alla lingua quale testimonianza del suo ruolo identitarista

La contro-prova che la lingua è elemento fondante dell’identità di un popolo è costituita dal fatto che ogni qualvolta un potere straniero conquista un popolo, dopo averne occupato il territorio e i centri di potere, rivolge in primis il proprio attacco alla lingua locale nel tentativo di eliminare le basi dell’identità collettiva del popolo conquistato.

L’Europa, anche in tempi molto recenti, è foriera di esempi in tal senso, ognuno dei quali ha trovato pronta risposta da parte dell’autoctono oggetto del sopruso, con la nascita di contro moti irredentisti tanto encomiabili quanto eroici che meriterebbero analisi specifiche e dedicate. Qui ci limitiamo a ricordare in un breve elenco: Irlanda, Catalogna, Scozia, Corsica, Bretagna, Sudtirolo, terre ove è stato vietato l’utilizzo della lingua madre, altrimenti perseguito per legge.

Il caso sudtirolese tuttavia merita almeno una nota ulteriore, su cui non è possibile sorvolare, da tanto aberrante è stato il livello che ha toccato la follia tolomeiana: l’italianizzazione forzata di ogni nome, cognome e toponimo, ha raggiunto l’apice con la cancellazione e la riscrittura dei nomi dei defunti sulle tombe. Ogni commento a riguardo è superfluo.

Quando i divieti imposti non hanno effetto

Se esiste un aspetto che potrebbe essere non disprezzabile delle politiche di cancellazione linguistica di cui sopra è il fatto che, quantomeno, si è sempre trattato di guerra aperta e dichiarata. Lo scontro e l’obiettivo sono palesi ed evidenti.

Molto più subdole sono invece le tecniche messe in atto da diversi centri di potere, soprattutto i cosiddetti “Stati-nazione” (che in tal modo palesano in realtà il loro essere “Stati non-nazione”), sorti con l’inizio della fine dell’Europa tradizionale (Francia 1789).

Il caso dei popoli padano-alpini costituisce esempio lampante: l’occupazione antropica del territorio con nuove etnie e l’occupazione dei posti pubblici con personale quasi esclusivamente mediterraneo, soprattutto e specificatamente nel ruolo di insegnante, appare essere una scelta strategica ponderata, pianificata e metodicamente perseguita, finalizzata alla cancellazione o quantomeno a minare seriamente la sopravvivenza delle lingue madri nelle nuove generazioni indigene.

L’evoluzione attuale delle lingue, progresso o regresso?

La lingua è elemento vivo, non è contenibile, ingabbiabile, solo il pensare di poterla delimitare significherebbe condurla a morte. “Il dialetto va annusato” mi disse poco tempo fa Francesco Magni, poliedrico chansonnier di Brianza. Pura verità. Va masticato, sentito di pancia, vissuto di puro istinto.

                La vitalità di una lingua è dettata anche dalla sua capacità evolutiva, dall’accogliere a sé nuovi vocaboli o forme espressive da altre lingue, dal cedere a terzi proprie sonorità, da un “continuum do ut des” che ne costituisce l’essenza stessa e ne premia malleabilità, capacità di adattamento e declinabilità espressiva. Ben venga pertanto ogni nuova forma innovativa che porti nuova ricchezza. Ma c’è un ma. Semplice, intuitivo ed evidente: recepire il nuovo e dimenticare il vecchio non è arricchimento, al contrario conduce al progressivo impoverimento ed appiattimento, soprattutto nell’attuale società mondializzata. Riporto quanto scrisse in proposito William Butler Yaets, poeta irlandese: “Una lingua rappresenta la memoria collettiva «naturale» di una popolazione: se questa, per impossessarsi di un nuovo strumento linguistico, perde il contatto con il suo mezzo d’espressione più antico, diviene del tutto incapace di riconoscersi nelle proprie tradizioni: come potrà, allora, affermare la propria identità?“

Amore, tutela e valorizzazione della lingua madre, la chiave per il futuro di chi non si arrende

Ben, sto dialett g’al lassaroo al mè fioeu,

na sostanza d’amor e da paroll…

se on dé ‘l savorirà quell so Brianzoeu

parriaa a cuntalla, al sarà mai sagoll.

Se un giorno assaporerà quel suo Brianzolo, potrà raccontarne, non ne sarà mai sazio”. Così chiude il magnifico componimento dell’erbese Alberto Airoldi, titolato “Ul me dialett”. Testimonianza intima e toccante del valore della lingua madre, che racchiude la primogenita e ultima identità della persona, legame con la terra natia e con gli affetti che nutrono il cuore, passati e futuri.

                Il lavoro da fare per tutelare e valorizzare le tante lingue oggi in pericolo è arduo e non semplice. Ma c’è ancora chi si erge in piedi fra le rovine, chi ritorna al bosco, chi grida Dieu Le Roix, chi fra le bandiere del passato saprà trovare la continuità.

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1 Commento

  1. Ciao Albert, grazia.
    Hoo lejud cont interess i to parolle.
    Ma a g’hoo una domanda : perqè ti qe ta seet bon de scriver in lombard, e ta podariet far-l,
    ta scrivet i to articoi in italian ?
    “Euskal-dun, -dun” = “Italian-dun”.
    Forza e coraj !
    Ciaooo !
    La S

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