Pagare il riscatto ai terroristi? Roba da italiani!

di Giovanni Pasquini

Il ritorno dall’Africa della 25enne milanese Silvia Romano, cooperante in Kenya rapita il 20 Novembre 2018 dal gruppo islamista Al-Shabaab, ha scatenato, com’era prevedibile, un vero e proprio bailamme mediatico, tipico dell’italico pollaio. 

Come spesso accade nella Penisola, le due eterne fazioni di chi è a favore e di chi si oppone si sono confrontate a colpi di fioretto, sia sulla carta stampata che in tv. C’è chi, come il direttore de “Il Giornale”, Alessandro Sallusti, ha rilevato in maniera pungente che osservare la Romano scendere i graditi dell’aereo a Ciampino, con veste musulmana integrale di colore verde, “è stato come vedere un prigioniero tornare dal lager vestito da nazista”. 

Ancora più tranchant il giudizio del bergamasco Feltri, che a 8 colonne in prima pagina su Libero ha titolato “Abbiamo liberato un’islamica”. La sottolineatura dell’eccessiva benevolenza mostrata dalla ragazza nei confronti dei suoi carcerieri musulmani, sostenendo di esser stata trattata bene e di non esser stata costretta ad abiurare, il tentativo di umanizzare dei tagliagole strettamente legati ad Al-Qaeda, che l’hanno tenuta sotto sequestro per un anno e mezzo (ma sarà poi vero che l’hanno sequestrata? Mah…), ha sbattuto sulla faccia di tutti, benpensanti o meno, una realtà che lascia piuttosto sconcertati. 

Naturalmente non sono mancate parole di elogio alla giovane da tutto il fronte governativo e della sinistra antagonista, e persino dalla comunità islamica di Milano, tutti pronti a cogliere la palla al balzo per esaltare quello che, a loro avviso, rappresenterebbe un modello di vita e di impegno sociale.

Ma la polemica, naturalmente, non s’è fermata qui.

Riscatto si, riscatto no: la Terra dei cachi! 

A tener banco nel dibattito politico di questi giorni è stata un’altra questione legata al rilascio della ragazza. Infatti, a parere di molti, sarebbe stato sborsato un riscatto di tutto rispetto, pari circa a 4milioni di euro, che avrebbe smosso definitivamente le acque per la liberazione della volontaria meneghina. E la domanda che l’opinione pubblica si è posta immediatamente (probabilmente un’interrogativo retorico!) è stata: ma chi mai avrà pagato questa ingente somma, finita direttamente sul conto corrente di assassini senza scrupoli dell’Africa equatoriale?

Delle trattative con i terroristi della Mezzaluna si sono occupati gli agenti dell’Aise, i servizi segreti italiani operanti all’estero, con il sostegno degli 007 turchi e di quelli della Somalia. Gli uomini di Ankara, da tempo, hanno messo le mani sul Corno d’Africa, inviando le proprie spie in un’area infestata dalle Corti islamiche e in perenne conflitto. Di soldi, però, sembra che nessuno di costoro voglia sentir parlare. 

Col rimpallo di notizie, fomentato fra l’altro dalle posizioni ambigue e controverse tenute dall’esecutivo di Roma, all’interno del quale sembra che il Ministro degli Esteri Di Maio non fosse nemmeno a conoscenza dell’imminente liberazione della ragazza (ohibò!), si è tentato di depistare gli osservatori, lasciando intendere che la cosa importante fosse che tutto era bene ciò che era finito bene. Ma siamo certi che sia andato tutto per il verso giusto? 

Non è la prima volta che assistiamo ad una situazione di ipocrisia istituzionale da parte di Roma in situazioni non dissimili da questa. E’ ancora nella memoria di molti il racconto del sequestro di Greta e Vanessa, avvenuto in Siria nell’Agosto del 2014. Anche in quel caso non è mai emerso ufficialmente il versamento di denaro ai terroristi mediorientali e il tentativo di mettere tutto a tacere era piuttosto evidente. Il sospetto che i rapitori di varie latitudini, tuttavia, prediligano sequestrare cittadini italiani per finanziare le proprie attività criminali, ha iniziato a serpeggiare con una certa insistenza proprio in quell’occasione. E da allora, certi sequestri, vanno sempre a finire nello stesso modo. Non sarà, per caso, che lo Stato italiano è un buon pagatore solo quando è sotto la minaccia dei delinquenti, mentre alza la cresta quando a chiedere il dovuto sono i suoi concittadini contribuenti? La domanda è più che legittima.

Londra non paga riscatti. Sarà per questo che i sequestratori stanno al largo dai britannici?

Il Regno Unito, paese europeo che ha sempre avuto un occhio più attento ed autorevole sulla politica internazionale rispetto a quello di buona parte dei paesi continentali, ormai da diverso ha tempo ha adottato una strategia chiara per quanto riguarda le richieste di denaro fatte da terroristi nei cinque continenti, nel caso in cui un loro concittadino venga malauguratamente sequestrato. Semplicemente non pagano, per nessuna ragione al mondo.

Quella che potrebbe esser considerata una politica menefreghista nei confronti di poveri malcapitati, oltre ad esser rispettosa di trattati e convenzioni, che vietano esplicitamente di dar soldi per il rilascio di prigionieri, s’è trasformata nel tempo in una consuetudine che ha portato i tagliagole a preferire residenti di altri stati per poter portare nelle proprie casse del denaro fresco da utilizzare per finalità criminali. E non solo perché l’intelligence di Sua Maestrà non tira fuori neanche un centesimo, ma perché questi “galantuomini” rischiano di trovarsi alla porta del nascondiglio gli assaltatori delle forze speciali britanniche pronti ad eliminare il problema alla radice.

Da Roma una gestione pressapochista, con botte da orbi e calata di braghe finale

E mentre la Presidenza del consiglio era ben conscia già dal mese di gennaio delle ultime fasi di una trattativa da vero e proprio mercato arabo (probabilmente s’è dovuta trovare la quadra sul prezzo finale prima di aprire la porta del nascondiglio…), il Ministro degli Esteri Giggino Di Maio non ne sapeva proprio nulla. 

Come riportato con cura da “La Stampa” di Torino, Giuseppi, sempre pronto a lustrarsi medaglie che non ha per obiettivi mai raggiunti, ha tagliato fuori il responsabile del dicastero interessato alla partita per potersi attribuire il merito (quale??) di aver riportato in Italia la Romano. E l’ex-venditore di bibite fresche del San Paolo di Napoli pare non l’abbia presa esattamente bene, con una sfuriata telefonica al premier da far vibrare i vetri degli infissi della Farnesina e rabbia dissimulata vis-à-vis all’atterraggio della giovane velata (convertita spontaneamente?) in quel di Roma. 

Insomma, una pantomima italica degna delle commedie di Totò e Peppino, dove il caos regna sovrano, le colpe sono sempre di altri, si nega anche l’evidenza dei fatti, si litiga come degli scolaretti dell’asilo Mariuccia, si butta denaro pubblico dalla finestra senza chiedere il permesso a nessuno e alla fine si brinda a una sconfitta fatta passare per una folgorante vittoria.

A quando il prossimo sequestro di una cooperante, magari accondiscendente e iperideologizzata, giusto per far un po’ di cassetta? Ai terroristi islamisti l’ardua sentenza…

Redazione
La Redazione

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