Lettera di Maryan Ismail a Silvia Romano

Maryan Ismail, nata a Mogadiscio, rifugiata politica somala, musulmana, laica e progressista, fondatrice del Circolo Città Mondo, nel giugno del 2016 ha abbandonato il Partito Democratico, dopo l’elezione in Consiglio Comunale a Milano di Sumaya Abdel Qader, ritenuta un’espressione dell’Islam radicale.

“Quando si parla del jihadismo islamista somalo mi si riaprono ferite profonde che da sempre cerco di rendere una cicatrice positiva. L’aver perso mio fratello in un un’attentato e sapere quanto è stata crudele e disumana la sua agonia durata ore in mano agli Al Shabab mi rende ancora furiosa, ma allo stesso tempo calma e decisa. Perché? Perché noi somali conosciamo il modus operandi spietato e soprattutto la parte del cosiddetto volto “perbene”.

Gente capace di trattare, investire, fare lobbying, presentarsi e vincere qualsiasi tipo di elezione nei loro territori e ovunque nel mondo. Insomma sappiamo di essere di fronte ad avversari pericolosissimi e con mandanti ancor più pericolosi. Ora la giovane cooperante Silvia Romano, che è bene ricordare NON ha mai scelto di lavorare in Somalia, ma si è trovata suo malgrado in una situazione terribile, è tornata a casa.

Non è un caso che per mesi ho tenuto la foto di Silvia Romano nel mio profilo facebook. Sapevo a cosa stava andando incontro. Si riesce soltanto ad immaginare lo spavento, la paura, l’impotenza, la fragilità e il terrore cui ci si viene a trovare? Certamente no, ma bastava leggere i racconti delle sorelle yadize, curde, afgane, somale, irachene, libiche, yemenite per capire il dolore in cui si sprofonda. Comprendo tutto di Silvia. Al suo posto mi sarei convertita a qualsiasi cosa pur di resistere, per non morire. Mi sarei immediatamente adeguata a qualsiasi cosa mi avessero proposto, pur di sopravvivere. E in un nano secondo.

Attraversare la savana Kenya e fin quasi alle porte di Mogadiscio in quelle condizioni non è un safari da Club Mediterranee…. Nossignore e’ un incubo infernale, che lascia disturbi post traumatici non indifferenti. Non mi piacciono per nulla le discussioni sul suo abito (che per cortesia non ha nulla di SOMALO, bensì è una divisa islamista che ci hanno fatto ingoiare a forza), ne’ la felicità per la sua conversione da parte di fazioni islamiche italiane o ideologizzati di varia natura. La sua non è una scelta di LIBERTÀ, non può esserlo stata in quella situazione. Scegliere una fede è un percorso così intimo e bello, con una sua sacralità intangibile.

E poi quale Islam ha conosciuto Silvia? Quello pseudo religioso che viene utilizzato per tagliarsi la testa? Quello dell’attentato a Mogadiscio che ha provocato 600 morti innocenti? Quello che violenta le nostre donne e bambine? Che obbliga i giovani ad arruolarsi con i jihadisti? Quello che ha provocato a Garissa 148 morti di giovani studenti kenioti solo perché cristiani? Quello che provoca da anni esodi di un’intera generazione che preferisce morire nel deserto, nelle carceri libiche o nel Mediterraneo pur di sfuggire a quell’orrore? Quello che ha decimato politici, intellettuali, dirigenti, diplomatici e giornalisti? No,non e Islam questa cosa. E’ nazifascismo, adorazione del male. È puro abominio. È bestemmia verso Allah e tutte le sue vittime. I simboli, soprattutto quelle sul corpo delle donne hanno un grande valore. E quella tenda verde NON ci rappresenta.

Quando e se sarà possibile, se la giovane Silvia vorrà, mi piacerebbe raccontarle la cultura della mia Somalia. La nostra preziosa cultura matriarcale, fatta di colori, profumi, suoni, canti, cibo, fogge, monili e abiti. Le nostre vesti e gioielli si chiamano guntino, dirac, shash, garbasar, gareys, Kuul, faranti, dheego, macawis, kooffi. I nostri profumi si chiamano cuud, catar e persino barlumi (che deriva dall’italiano).

Ho l’armadio pieno delle stoffe, collane e profumi della mia mamma. Alcuni di essi sono il mio corredo nuziale che lei volle portarsi dietro durante la nostra fuga dalla Somalia. Adoriamo i colori della terra e del cielo. Abbiamo una lingua madre piena di suoni dolci, di poesie, di ninne nanne, di amore verso i bimbi, le madri, i nostri uomini e i nonni. Abbiamo anche parti terribili come l’infibulazione (che non è mai religiosa, ma tradizionale), ma le racconterei come siamo state capaci di fermare un rito disumano. Come e perché abbiamo deciso di non toccare le nostre figlie, senza aiuti, fondi e campagne di sostegno. Ma soprattutto le racconterei di come siamo stati, prima della devastazione che abbiamo subito, mussulmani sufi e pacifici, mostrandole il Corano di mio padre scritto in arabo e tradotto in somalo… Di quanti Imam e Donne Sapienti ci hanno guidato.

Della fierezza e gentilezza del popolo somalo. E infine ho trovato immorale e devastante l’esibizione dell’arrivo di Silvia data in pasto all’opinione pubblica senza alcun pudore o filtro. In Italia nessun politico al tempo del terrorismo avrebbe agito in tal modo nei confronti degli ostaggi liberati dalle Brigare Rosse o da altre sigle del terrore. Ti abbraccio fortissimo cara Silvia, il mio cuore e la mia cultura sono a tua disposizione….. Soo dhowaw, gadadheyda macaan”.

Questa è la lettera, che su Facebook, Maryan Ismail ha scritto a Silvia Romano, ora Aisha, la giovane cooperante milanese atterrata a Ciampino, dopo essere stata liberata, a fronte di un riscatto di quattro milioni di euro, che ha dichiarato di essersi convertita all’islam. Parole molto contrariate sono state espresse anche da Souad Sbai, ex parlamentare di cdx, giornalista e saggista originaria del Marocco.

Sinceramente poco importano tutti i commenti che, in queste ore, stanno dividendo, come sempre, in due l’opinione pubblica. Personalmente ritengo che lo STATO NON C’E’, contrariamente a quando dichiarato dal Presidente del Consiglio, non c’è perché pagare dei riscatti non è la soluzione per risolvere queste “piraterie”. Quantomeno sarebbe opportuno che, per qualsiasi motivo, coloro i quali in queste vicende si infilano, ben consci di tutti i rischi, ne rispondano in solido. Questo “bonifico” è costato suppergiù un ora del residuo fiscale della Lombardia. Sarebbe bello che molti di coloro che, giustamente oggi sono su tutte le furie per questo esborso, lo fossero anche per le altre 8759 ore che lo stato vampirescamente succhia ai lombardi ogni anno.

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Fabio Sandroni 42 altri articoli
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