L’Autonomismo Veneto alla prova del voto? Anche no

Tra le tante, troppe, implicazioni di questa tremenda pandemia ce n’è una che sicuramente, pur interessando poco nell’immediato, è seguita con attenzione da chi ha a cuore la sorte del proprio territorio e volge lo sguardo oltre le contingenze attuali. Mi riferisco allo slittamento delle Elezioni Regionali. Ancora più precisamente, al rinnovo della Presidenza della Giunta e del Consiglio Regionale del Veneto.

Il rinvio all’autunno della competizione elettorale induce (o dovrebbe) chi ambisce ad un Veneto (più) autonomo ad una profonda riflessione sul futuro prossimo partendo magari dallo stato attuale delle cose. Sono passati due anni e mezzo dal Referendum consultivo sull’autonomia. Da lì in poi abbiamo assistito alla nascita del Governo del Cambiamento, all’ascesa e caduta del Salvininismo nazionalpopolare, alla formazione di un secondo governo guidato dall’Avv. Conte (sono certo che non ne disdegnerebbe un terzo) senza che nulla sia cambiato. Poco è servito l’esempio del Regno (dis)Unito dove, a qualsiasi costo, si è dato seguito alla volontà popolare espressa con il voto pro (Br)exit. Nel Veneto a trazione leghista invece nessun passo avanti è stato fatto.

Ora, lasciando ad altri qualsiasi valutazione sull’operato come amministratore del “Doge”, non ci si può esimere dal constatare come tra un nuovo governo, un rinvio, un secondo governo ed un’emergenza sanitaria sia giunto a conclusione anche questo lustro a guida Luca Zaia.

I Veneti, dicevamo, saranno chiamati a rinnovare i loro organi di governo. Quegli stessi organi per i quali hanno richiesto maggiore autonomia e competenze; quegli stessi organi occupati (è proprio il caso di dirlo) da partiti italiani, partiti nazionali e nazionalisti poco o per nulla propensi a concedere l’agognata autonomia.

Esclusi quindi tutti gli attori della politica nazionale da un ruolo attivo nella promozione di una qualsiasi forma di devoluzione (o forse è più corretto dire concessione) di poteri e di risorse; non rimane che confidare nelle forze politiche regionali. Nel caso veneto, quel coacervo di partiti, partitini ed associazioni costituenti l’eterogenea, conflittuale ma anche colorita e vivace galassia autonomista.

E’ ben noto e risaputo che l’autonomismo veneto extra Lega non è mai riuscito a trovare il favore dell’elettorato (se si esclude l’eccezione di Progetto Nord Est di Giorgio Panto). Elettorato probabilmente disorientato sia dalla litigiosità propria del venetismo militante sia dal cosiddetto “equivoco leghista” – pro autonomia a parole (oramai più nemmeno quelle), indifferente quando non ostile (per non urtare la sensibilità meridionale) a qualsiasi concessione nei fatti.

L’Ottobre scorso, in quel di Padova, divisioni ed ataviche divergenze sembravano aver trovato composizione nella nascita di un soggetto politico aperto a tutte le anime dell’autonomismo veneto.

Problema risolto quindi? Un nuovo soggetto politico pronto a spodestare il “Doge” da Palazzo Ferro Fini o, quantomeno, a insidiarlo seriamente ripartendo da là dove il leghismo ha lasciato; vale a dire il Referendum del 22 Ottobre 2017?

No. Non proprio. Il nuovo soggetto autonomista nato indubbiamente con le migliori intenzioni si è dimostrato sin qui acerbo e incapace di proporsi quale vera alternativa all’attuale maggioranza di governo regionale. Gli attori protagonisti di mille battaglie pro autonomie ci sono tutti, così come nuovi compagni di viaggio e tanta voglia di fare.

E allora, dire voi, cosa manca? Manca una “cultura autonomista”. Manca il tempo necessario per far prendere coscienza di sé al Popolo Veneto. Manca un sentimento di appartenenza ad una storia, ad una cultura e un territorio che prescinda dalle fortune elettorali di questo o quel partito o, ancora peggio, di questo e quel leader di partito. Manca (o si è persa) la percezione di essere parte di qualcosa di più grande. Manca la capacità di guardare oltre l’interesse della propria “botega” e di indignarsi quando viene violata la propria terra. Manca la fermezza per dire Basta (a) Roma!

Insomma, “fatto il partito autonomista Veneto, bisogna fare gli autonomisti”.

Quindi? Quindi bisogna “passare la mano” alle prossime elezioni regionali e guardare sin da ora al dopo Zaia Ter (o Quater?) per costruire in questi anni una vera cultura autonomista pronta ad accogliere un partito che possa veramente diventare la “Casa di tutti i Veneti”.

Nel frattempo meglio avere dalla propria la simpatia di milioni di veneti e, forti di ciò, pungolare il “Doge” quando manca del necessario vigore per contrastare Roma che essere zittiti per aver raccolto solamente qualche migliaio di voti.

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Marco Prandini 7 altri articoli
Autore per NordNotizie

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