Angelo Alessandri. Meno tricolori e più gonfaloni

Angelo Alessandri, imprenditore, nasce a Reggio nell’Emilia nel 1969. Due volte deputato dal 2006 al 2013, per sette anni Presidente Federale della Lega Nord dal 2005 a 2012 quando fu sostituito da Umberto Bossi il quale si dimise da Segretario Federale della Lega Nord per le note vicende sul caso Belsito. Alessandri ha ricoperto anche per ben tredici anni il ruolo di Segretario nazionale della Lega Nord in Emilia. Dal 2017 è tra i fondatori della confederazione Grande Nord, oltre che responsabile nazionale per l’Emilia Romagna.

On Alessandri, ma ci dica la verità, perchè se ne andò dalla Lega Nord nel 2012, dopo essere stato “spodestato” dalla seconda carica del Movimento che lei ha ricoperto per ben sette anni per far spazio ad Umberto Bossi? Si dice che tra lei e Roberto Maroni ci fu più che qualche ruggine…

Mi dimisi io da presidente il giorno in cui Bossi si dimise da segretario. Proprio perché Umberto potesse almeno diventare Presidente federale. Fu un giorno triste per molti aspetti e per la resa di Bossi, quel giorno, ma forse il peggio venne dopo. Maroni provo’ a convincermi a restare. Ma non ritenevo che la nuova linea politica mi rappresentasse. Già si andava verso il tricolore, con lancio di Mantova di Tosi si inizio’ un percorso nazionalista che poi ha aperto la strada alla china romana attuale, e non avevo nessuna intenzione di avallare un tradimento. Fu una scelta sofferta ma politica e personale. Che rifarei cento volte. Subito dopo Mantova mi dimisi. Fui l’unico ad andarsene anche se molti a parole condividevano la mia scelta, ma solo a parole. Roma era il nemico, e lo è ancora. La coerenza in sto paese capisco che non sia un valore ma per me lo e’. E la mia coerenza prevalse.

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Lei è tra i fondatori della Confederazione Grande Nord chè ha come obiettivo quello di riportare al centro la questione settentrionale rilanciando i temi ancora attuali della vecchia Lega Nord, quella per l’Indipendenza della Padania, per intenderci. Vi siete trovati però a fronteggiare lo tsunami salviniano. Qual’è il bilancio di tre anni di Grande Nord? Quali sono le prospettive?

C’era bisogno di ricreare speranza. E la via era quella. Non tutti si erano arresi a Roma ma ci voleva il coraggio di ripartire. Lo abbiamo fatto ed era importante. Salvini e’ stato furbo. Ha creato una bolla nazionalista con dentro tutto e il contrario. Una nuova An, poltrone per tutti. Una cortina fumogena romana che ha illuso molti. Ma soprattutto ha consegnato lo strumento di lotta del nord al nemico. La scorciatoia. Roma ti accarezza, ti compra e ti usa. Però ti da visibilità e potere per un po’. E’ Roma : sin dai tempi dei Galli faceva così. Se non riusciva a batterli cercava di romanizzarli. E qualcuno affamato di potere disponibile lo trova sempre. La Lega Nord era un fortino inespugnabile. Solo dall’interno si potevano aprire le porte. Ma non tutti si sono arresi. Adesso comincia a sentirsi un nuovo vento del nord. Sta ritornando voglia di nordismo. Le vere priorità stanno emergendo dalla bolla che si sgonfia , come era ovvio. Di certo Roma ha vinto una battaglia, comprandosi la Lega ha anestetizzato un popolo che si era risvegliato. E rallentato il cammino. Ma l’effetto anestetico sta passando e ritorna il dolore. Dopo tre anni di semina adesso e’ ora di vedere i germogli, poi arriveranno pure i raccolti. Ma abbiamo tenuto in alto una bandiera ammainata troppo precipitosamente. Roma si era illusa. Il Nord sta tornando. E stavolta abbiamo più anticorpi di prima.

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Stanno riaffiorando spinte autonomiste e indipendentiste, tanti piccoli movimenti ma in ordine sparso, un po’ annichilite dall’ondata della nuova Lega. La crisi coronavirus sembra possa accentuarle per gli attacchi politici che soprattutto la Regione Lombardia ha subito dallo Stato. Quale potra’ essere realisticamente, a suo parere, l’evoluzione di tali spinte. In altre parole, ci sono gli spazi e cosa bisogna fare perchè rinascano al Nord, anche al di la di Grande Nord, spinte territoriali in grado di rappresentare una alternativa forte e credibile che ad oggi è assente?

Avevamo visto giusto. Ci voleva uno strumento che riaggregasse le anime indipendentiste e nordiste. Ma non inglobando, federando invece. Ognuno deve avere la sua autonomia e devono prevalere i territori. Ma uniti per le battaglie più grandi. Solo così si batte il dividi et impera romano. Lo spirito delle leghe che combatterono a Legnano. Non una sola lega ma leghe forti del proprio orgoglio, unite contro il nemico quando serve. E oggi serve. Uniti vinceremo, divisi vincera’ ancora Roma. Seguo molto anche gli amici in lotta all’estero. Catalani e scozzesi in particolare. Non si sono mai arresi, mai hanno svenduto o abbracciato il nemico. Oggi giocano la loro partita. Il nemico non cede ovviamente, usa pure i manganelli. Ma il nazionalismo e’ sempre più debole. Se si rialza il popolo padano non c’e’ storia. Il futuro e’ dei popoli, non degli stati nazione falliti. Ci vuole solo coraggio. Quello che manca oggi pure a molti governatori. Se Roma sfida la Lombardia ci voleva uno strappo. E I lombardi avrebbero seguito. Ma vedo troppi burocrati ormai romanizzati. E questo va cambiato. Lo spirito leghista era esatto contrario. E manca solo questo adesso : autonomia non si ottiene a Roma. Ma pretendendola dal basso con orgoglio. Non con il cappello in mano.

Lei è emiliano. Come giudica l’operato del Presidente della sua Regione, Stefano Bonaccini, sia nella gestione ordinaria, sia nello specifico della emergenza Covid-19?

Domandona. Sono stato avversario del Bonaccia per anni. Ma non l’ho mai sottovalutato. Ha esperienza, una squadra rodata e anche un po’ di autorevolezza. In questa crisi un po’ a tutti i livelli hanno commesso errori. Ma lui e Zaia ne stanno uscendo come immagine in maniera migliore di altri. Nel complesso ritengo che, in mezzo al marasma, proprio la sua esperienza abbia comunque prevalso. E questo deve fare riflettere per il futuro. Basta con candidati improvvisati. Esperienza e capacità devono essere la cifra di confronto politico. Si deve ripartire dalle amministrazioni. E non dagli slogan social inutili e dannosi. Se no il livello politico sarà sempre più scarso ed al ribasso. Dopo questa crisi ci vorrà una ripartenza, e dovrà avvenire dal basso verso l’alto. Non viceversa come oggi. I territori torneranno a chiedere attenzione. Ed in pochi non abbiamo smesso di ascoltarli. Questa crisi rimescolera’ le carte, meno tricolori e più gonfaloni. Noi siamo pronti a questa sfida. Abbiamo perso una battaglia ma la guerra no.

Gianantonio Bevilacqua
Gianantonio Bevilacqua 238 altri articoli
Gianantonio Bevilacqua, giornalista pubblicista dal 1998 Ordine dei Giornalisti - Regione Lombardia. , Esperto di difesa e politica

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