Gianni Fava : lo Stato è morto o forse non è mai nato.

Giovanni “Gianni” Fava, mantovano di Viadana, imprenditore, politico, considerato il leader della minoranza interna della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania, parlamentare nelle Legislature XV, XVI, XVII, ex Assessore all’Agricoltura di Regione Lombardia sotto la Presidenza Maroni, grande appassionato di Rugby.

Gianni Fava, innanzitutto, visto che lei è stato colpito dal pernicioso Covid19, come sta in questo momento e come procede il suo recupero?

Sto recuperando lentamente, ancora con qualche acciacco, ma la fase peggiore spero sia passata. Oramai da quasi cinquanta giorni sono alle prese con questo malanno davvero sgradevole.

I giorni passano e non si placano, anzi si rinfocolano sempre più, le polemiche tra stato centrale e Regioni e tra stato e sindaci, in modo particolare sta diventando feroce, stucchevole, violenta la campagna mediatica contro Regione Lombardia, cosa ne pensa?

Lo stato è morto! O forse non è mai nato. Perlomeno per la percezione che se ne ha da cittadini. Le divisioni di questo periodo sulla solidarietà ed il sostegno alla Lombardia ne sono la dimostrazione plastica. Non c’è solidarietà nazionale perché le nazioni non coincidono con lo stato centrale. Il quale purtroppo continua in realtà ad esistere come orpello fastidioso ed insidioso per la libertà dei cittadini e dei popoli che forzatamente lo compongono. In quest’ultimo mese sono sparite molte delle bandiere tricolori che nella prima fase avevano agghindato molte finestre e balconi di sprovveduti che avevano accolto il penoso appello dell’unità nazionale. Oramai non reggono più nemmeno i simboli. Sembra di essere tornati per certi versi al 1996. Quanto alle campagne mediatiche contro la Lombardia ritengo lascino il tempo che trovano. Fra le varie forze politiche nell’ambito della nazione Lombarda si sono susseguiti i distinguo. Non tutti hanno recitato il copione imposto dalle segreterie romane dei partiti. A tal proposito ho letto con piacere le dichiarazioni della sindaca Stefania Bonaldi di Crema che, pur militando senza infingimenti da sempre a sinistra, ha spiegato perché alla fine la Regione Lombardia resta la nostra unica ancora di salvezza.

Il suo amico ed ex collega Gianluca Pini, sul nostro giornale, ha parlato di una grande macroregione mitteleuropea all’interno della quale la Padania potrebbe avere un peso specifico mille volte superiore rispetto al paese italico. È anche lei di questa opinione?

Sempre stato. Guardo con simpatia all’Europa da sempre. Si badi bene, non all’Unione europea, quella andrebbe rifondata e riempita di nuovi obbiettivi, ma al continente europeo e alla sua tradizione liberale e democratica. A quel patrimonio politico che era stato sognato a Ventotene dai suoi fondatori: ad un Europa dei popoli e non degli stati nazionali, che sia un grande mercato, ma non solo quello. Io sogno che la parte di questo sciagurato paese che ne possiede sostanzialmente le caratteristiche possa seguire questo percorso. L’alternativa è la grande aggregazione dei paesi del mediterraneo con Roma capitale ideale. Tutto quello che non vorrei. Amo sognare in grande. Non amo compromessi al ribasso.

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Coronabond, sentimenti anti tedeschi ed antieuropei sempre più vivi nei cittadini dello stivale, paesi nord europei accusati di essere nemici ad oltranza, se ne parla molto, anche spesso a sproposito. Ci da la sua analisi politica?

Certo. Voglio citare Umberto Bossi stavolta. Un giorno mentre sorseggiavamo un’acqua tonica in un bar in riva al lago di Como mi disse: “vedi la politica oggi se la prende con l’Europa. Sai perché? Perché è più facile! Io ho pagato sulla mia pelle cosa voglia dire attaccare l’Italia e il potere romano. In Europa non ti mandano i Carabinieri a casa. In Europa non possono utilizzare la magistratura contro di te. In poche parole non possono farti del male”. Ecco la sintesi. La penso esattamente come lui. Continuare ad accusare gli altri delle proprie incapacità, inefficienze e inaffidabilità è diventato lo sport nazionale (stavolta si) in questo ridicolo paese. Il problema più grosso resta l’Italia. Ne l’ Europa ne la Germania. Questo al Nord ed in particolare nel Lombardo-Veneto lo sanno tutti, anche quando non lo dicono.

Roberto Maroni, sempre su questo giornale, ha parlato del solito rito romano, nel governo esiste un ministro per le politiche del sud, sta emergendo, giorno dopo giorno, un “razzismo” meridionale strisciante verso il nord. Lei, autonomista convinto, cosa ne pensa a tal proposito?

C’è sempre stato. È una forma di invidia ancestrale. Oggi per la prima volta, dopo decenni, in molti a quelle latitudini credono di avere delle buone ragioni per farlo notare. Ho letto attacchi alla Sanità lombarda da politici ed anche da semplici cittadini campani o calabresi. Una vera e propria nemesi storica. Ho avuto bisogno della Sanità lombarda in questi mesi. E con tutti i suoi difetti (forse anche con qualche errore di troppo nella gestione) non ho pensato, nemmeno per un un istante, di farmi ricoverare in un un ospedale calabrese o campano. Questa è la drammatica realtà. Tutto il resto lo confinerei a folclore. Ci sono due (o forse tre) paesi ben distinti che faticano a convivere. Il virus non ha fatto altro che accellerare un meccanismo che covava sotto la cenere. E prima o poi tornerà ad essere un argomento politico centrale. Questo si, altroché Mes!

A lei le conclusioni…….

Le conclusioni, in realtà, non si possono trarre adesso. Siamo ancora in una fase intermedia. La politica sta evolvendo velocemente. Il sovranismo ha dimostrato tutti i suoi limiti e per certi versi anche la propria arretratezza. Si può quasi dire che qua sia morto prima di nascere. Cambia il paradigma della proposta politica e credo che a breve dovremmo cambiare anche i partiti ed i leader che, con questa stagione, lasciano i propri sostenitori con un po’ di amarezza. Si va avanti in una prospettiva nuova. Questa pandemia globale ha cambiato il mondo figuriamoci se non può cambiare una cosa così fragile come l’ Italia.

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Fabio Sandroni 42 altri articoli
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