Con Gianfranco Miglio ho perso un amico e un maestro

di Giancarlo Pagliarini – prima parte di tre

Non mi è mai capitato di incontrare e frequentare una persona come il “profesùr”: quando l’ho conosciuto, all’inizio degli anni 80, subito, istintivamente, ho sentito che ragionavamo “sulla stessa lunghezza d’onda”. Che avevamo la stessa visione del mondo, dell’uomo, del lavoro, della libertà e dei doveri. A quei tempi avevo aderito all’APRI (alleanza per la riforma delle istituzioni) e così nella “24 ore” assieme ai manuali di contabilità anglosassone avevo spesso le preziose bozze dei lavori del “gruppo di Milano” che lui aveva organizzato dall’Università Cattolica. E avevo l’articolo, ormai entrato nella leggenda, “Cantoni non Regioni” che Tommaso Zerbi aveva pubblicato il 27 Aprile 1945 sulla prima pagina del numero 1 del Cisalpino. E ricordo che in quel primo numero del Cisalpino a pagina 2 c’era già un bell’articolo di Gianfranco Miglio (“Ciò che attendiamo dagli alleati e ciò che loro daremo”) impregnato di federalismo. Cose di 56 anni fa. E’ passato più di mezzo secolo!

Miglio ha seminato cultura e saggezza per tutta la vita. Ricordo come fosse ieri che nel 1992, durante una delle prime riunioni dei neo eletti senatori della Lega, ci disse, citando Cattaneo, che “la libertà non deve piovere dai Santi del cielo ma scaturire dalle viscere dei popoli ”. Sono parole che ti scavano dentro e non si possono più dimenticare.

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Quello che di Miglio mi è sempre piaciuto è senza nessun dubbio la testarda determinazione nell’ utilizzare le sue grandi capacità e conoscenze non per conquistare ed esercitare il potere, ma per impedirne gli abusi. Per questo lo considero un grande uomo, perfino più grande del Miglio scienziato.

Non ha mai voluto esercitare il potere, ed è per questo che l’Italia lo ha sempre maltrattato. Nel nostro paese l’onestà intellettuale e l’assenza di interessi personali sono optional a cui la cd “società civile”, sempre così pronta a inginocchiarsi di fronte ai detentori del potere, non ha mai riconosciuto il minimo valore.

Lui non è mai stato un interlocutore del potere; anzi, per tutta la vita si è messo costantemente in contrasto dialettico coi suoi detentori e custodi. E questi lo temevano. Non lo capivano perché non capivano “cosa voleva”, cosa dovevano offrirgli, cosa dovevano fare per comprarlo, per portarlo dalla loro parte. Per forza non lo capivano.

Non potevano capire un uomo che per sé non voleva niente, salvo vivere in un paese più rigoroso, più civile, più serio e con meno tromboni in circolazione, liberi di combinare danni e riveriti da schiere di altri aspiranti tromboni. Tutta gente che ha capito come purtroppo funziona il nostro paese e abilissimi a vendere qualsiasi cosa, incluse le idee, l’anima, gli amici e la dignità. E a dire sempre di si al potere.

Il suo rigore logico, la sua competenza e la sua capacità di “parlare alla gente” ne hanno fatto un grandissimo comunicatore che, nonostante i ripetuti boicottaggi di giornali e TV, non ha mai avuto nessun problema a fare breccia nel cuore della gente.

Nella base della Lega e di tutti quelli che volevano cambiare la cultura, e poi le leggi e la prassi del paese Miglio è sempre stato percepito come “uno di noi”: come un papà o un fratello più grande che ci spiegava come stanno le cose, che ci faceva vedere che “il re è nudo” e che distruggeva i miti e i riti del potere.

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